A cura di Federico Guglielmi e Aurelio Pasini
The Bastard Sons Of Dioniso
In stasi perpetua
RCA/Sony
La storia è nota: dopo un paio di autoproduzioni e con una discreta attività live alle spalle, specie a livello locale, i Bastard Sons Of Dioniso approdano alla corte di “X Factor”, dove con la benedizione di Mara Maionchi ottengono un notevole successo, tale da sfociare in un contratto con una multinazionale e in un Ep, “L'amor carnale”, composto in prevalenza da cover. Abbastanza da far sentir puzza di bruciato anche agli ascoltatori meno prevenuti. Tante, quindi, le domande a cui “In stasi perpetua” deve fornire risposte; prima fra tutte: il trio trentino è da considerarsi un gruppo vero o un fenomeno artefatto? La prima delle due, per quel che ci riguarda, e non è comunque poco date le premesse. Ciò detto, però, è il caso di precisare alcune cose: il disco naturalmente suona alla grande, potente al punto giusto e curatissimo nei dettagli (a partire dalle voci e dai cori), a metà strada tra il punk di area major meno offensivo (quello dei Green Day pre “American Idiot”, per capirci) e il pop chitarristico più muscoloso; all'altezza, insomma, delle migliori produzioni d'Oltreoceano con un piede (e mezzo) nel mainstream e l'altro nell'alternative, non facendosi neppure mancare qualche intermezzo acusticheggiante. Tutto molto ben fatto, insomma, ma pure eccessivamente pulito, senza la benché minima macchiolina di fango – vorremmo dire di sangue, ma non ci sembra il caso di esagerare – a intaccare la lucentezza di una carrozzeria fin troppo perfetta. Abbastanza per conquistare un pubblico giovanissimo, superficiale e facilmente impressionabile; gli altri, invece, giustamente pretenderanno di più, e sono inevitabilmente destinati a rimanere delusi. Meglio di tante altre schifezze che i media di massa propinano, certo, ma per potersi definire davvero “rock” i tre dovrebbero avere il coraggio – sempre ammesso che i discografici glielo lascino fare – di sporcarsi davvero le mani, ché qui di “bastardo” o di “dionisiaco” non c'è davvero niente: fin troppo spesso, dietro le chitarrone e gli assalti ritmici non si nasconde altro che un facile pop da consumo. Anche se, lo confessiamo, “Io non compro più speranza” non ci dispiace del tutto.
Contatti: www.tbsod.com
Aurelio Pasini
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