A cura di Federico Guglielmi e Aurelio Pasini
Baby Blue
Baby Blue
autoprodotto
I Baby Blue fanno maledettamente sul serio, che la mission aziendale sia insegnare alle nuove generazioni che cos'è il rock'n'roll o semplicemente lasciar deperire queste strane forme di vita nel loro bagno primordiale fatto di mp3, consolle giocattolo e abiti firmati. Una certezza maturata sin dal primo contatto con l'omonimo EP della band toscana e rinvigorita dagli ascolti ripetuti cui abbiamo sottoposto le sei tracce in esso contenute.
Il disco raccoglie diciotto minuti di materiale ruvido e gracchiante, rumoroso e decisamente “suonato”, polveroso e vibrante come sa essere soltanto un vinile sbatacchiato da un mercato dell'usato all'altro. Un sentire che prende a nolo gli scambi urticanti dei Kills quando si tratta di costruire il dialogo serrato voce-chitarra di "River"; lo stile scarno di Velvet Underground e White Stripes se l'obiettivo è mediare tra melodia e rumore ("Alligator"); i toni suadenti di P.J. Harvey quando al timone c'è la voce di Simona Altavilla ("So Much"). È tuttavia il “vecchio” blues il vero protagonista della musica dei Baby Blue, declinato in chiave garage, saturo di dissonanze, intento a riciclarsi in accelerazioni improvvise e involuzioni strutturali, perennemente in procinto di sciogliere i legacci del riff, racchiuso in crescendo elettrici che lasciano senza fiato.
Nel giro di un paio d'anni la band si è aggiudicata il premio Fondazione Arezzo Wave Italia come miglior gruppo, ha suonato nel second stage dell' Heineken Jammin Festival e ha aperto per artisti del calibro di Paolo Benvegnù (qui chiamato a co-produrre). L'impressione è tuttavia che ci si trovi soltanto all'inizio di una parabola artistica destinata a riservare gradite sorprese (www.baby-blue.it).
Fabrizio Zampighi
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