A cura di Federico Guglielmi e Aurelio Pasini
Methodica
In dodici anni di attività i veronesi Methodica, con gli inevitabili cambi di formazione, momenti di euforia e sconforto, sono passati da semplice cover band dei loro idoli Dream Theater ad essere considerati uno dei nomi di spicco della scena prog metal internazionale. Un genere per anni prolifico, ma da tempo incapace di rigenerarsi e quindi piegato su sé stesso, vittima dell’eccessivo tecnicismo dei musicisti. Ma con i Methodica questo pericolo è scongiurato, come dimostrano le melodie ariose di “Searching For Reflections”, l’album di debutto – pubblicato dai veterani dell’Underground Symphony – che sta ricevendo consensi unanimi dalla critica internazionale. In un mondo musicale che brucia tutto in pochi mesi, è confortante scoprire che una band arriva all’esordio in età matura e si gode tutto con la giusta dose di entusiasmo. Li abbiamo intervistati anche per capire come si vive un momento come questo e quali sono i nuovi obiettivi.
In un mercato discografico caotico e confuso, dove tutti divulgano dischi senza ritegno, vorrei capire come è possibile che una band come la vostra, abbia dovuto aspettare dodici anni per pubblicare l’album di esordio.
I Methodica nascono in effetti nel 1996, ma con una formazione quasi completamente diversa rispetto a quella attuale. C’erano altre persone alla voce, tastiere e chitarra; per quest’ultima, poi, si sono avvicendati diversi musicisti. Tutto ciò ha causato notevoli problemi e rallentamenti alla nostra band, ma nonostante tutto siamo riusciti ad avere dei brani pronti già nel 2005. Finalmente l’arrivo del chitarrista giusto nel 2006, Marco Ciscato, ci ha permesso di iniziare a concretizzare i nostri progetti e di dare forma definitiva ai vari pezzi, e grazie allo spirito di gruppo che ci unisce, abbiamo deciso di fare il grande passo: registrare le canzoni e cercare un’etichetta discografica disposta a puntare su di noi. In realtà, quindi, i Methodica come li vediamo oggi sono un combo più recente, è bastato trovare il giusto mix di persone per dare vita a “Searching For Reflections”, il nostro album.
I brani che addobbano “Searching For Reflections” sono il frutto di tutti questi anni di lavoro o rappresentano solo i Methodica degli ultimi anni? E il vecchio materiale non utilizzato perché è stato scartato?
I brani rappresentano sia i Methodica più recenti sia quelli di qualche anno fa, dopo l’ingresso alle tastiere di Marco Baschera, il primo delle new entry. I vari cambi di line up hanno contribuito, poco o tanto, a modificare e personalizzare lo stile dei brani, ci sono state idee che sono rimaste come segno indelebile del passaggio di questi musicisti. Possiamo dire che il nostro album è un riassunto dei dodici anni di vita della band, e di tutto quello che è avvenuto all’interno. Un riassunto implica quindi di dover tenere delle cose e di toglierne altre. Il vecchio materiale non utilizzato in realtà non è stato scartato, c’è ancora: se l’abbiamo messo da parte è soltanto perché l’abbiamo ritenuto non in linea con lo stile di “Searching For Reflections”; ci sono anche altri brani che sono stati composti per il prossimo futuro, sono gli “ingredienti” per il nuovo album.
Voi avete iniziato come cover band, omaggiando i vostri idoli, i Dream Theater in particolare. Oggi suonare cover sembra essere l’unica via possibile o quasi per ottenere degli ingaggi nei locali. Cosa pensate di questa situazione e secondo voi perché il pubblico di massa preferisce ascoltare le solite canzoni, indipendentemente dalla qualità, piuttosto che dedicare attenzione a delle nuove proposte?
Punto dolente, quello dei locali che vogliono principalmente cover band, ma purtroppo vero. Se guardiamo la faccenda dal punto di vista dei gestori dei locali, è chiaro che loro preferiscono le cover bands perché assicurano un’affluenza di clientela maggiore rispetto ad una band che propone le proprie canzoni, meno (o per niente) conosciute. A molti gestori non interessa la band in sé, interessa principalmente riempire il locale; a volte il gruppo che suona funziona da sottofondo musicale più che da attrazione della serata. Chiaramente non è sempre così, ci sono titolari di locali sinceramente appassionati di musica, che propongono serate di musica originale con band anche sconosciute, ma sono una minoranza, purtroppo. Per quanto riguarda il pubblico di massa, probabilmente andare alla ricerca di qualcosa di nuovo, ascoltare canzoni mai sentite prima, comporta uno sforzo non indifferente, troppo faticoso. Meglio stare su quello che si conosce già. Per fortuna c’è anche un pubblico che si accosta con curiosità alla musica originale, e speriamo che questo tipo di pubblico ci sia sempre e sempre più numeroso, altrimenti si rimane fermi, non c’è crescita musicale e mentale, né varietà di proposte.
Dietro la storia dei Methodica c’è anche un episodio drammatico, ma allo stesso tempo di grande forza emotiva. Il vostro batterista a causa di un incidente in moto nel 2004 ha subito l’amputazione di un piede, ma grazie alla nuova chirurgia e alla sua forza di volontà è
t ornato non solo a camminare, ma anche dietro le pelli delle sua batteria. Come avete vissuto umanamente quel momento e come è stato condividere con lui la speranza di poterlo riavere con voi nel gruppo?
Il giorno in cui è successo l’incidente ci saremmo dovuti trovare come al solito in sala prove per suonare, invece ci siamo ritrovati tutti insieme in ospedale aspettando notizie dai medici, assieme ai familiari di Marco. In quel momento l’unica cosa positiva a cui aggrapparsi era il fatto che Marco era ancora vivo, per il resto erano nubi nere, molto nere, non tanto per il futuro della band, anche se non era mai stato così in forse come in quel momento, quanto per la salute e il futuro di Marco. Ci chiedevamo cosa sarebbe successo, non riuscivamo a trovare una risposta. La risposta ce l’ha data Marco, che ha avuto tempi di recupero fisici e soprattutto psicologici che hanno stupito tutti quanti. Pur consapevoli delle difficoltà che ci sarebbero state per lui per tornare come prima, la sua forza di volontà ha dato un’iniezione di ottimismo a tutti noi. Solamente un mese dopo l’incidente è tornato in sala prove, dietro ai tamburi a suonare. È stato un esempio di vita e di coraggio per tutti. Molto toccante è stato il concerto del febbraio 2005 al Moulin Rouge di Verona, prima uscita live dopo l’incidente: Marco, ancora senza protesi, ha suonato con un piede solo. Più che un concerto è stata una festa di bentornato e di un nuovo inizio.
Considerando che la vostra non è musica istintiva, ma che invece richiede impegno e condivisione, come lavorate in fase compositiva? Anche per voi vale il motto che vuole la creatività al meglio solo quando in sala prove ci sono litigi e discussioni?
Beh, la creatività per fortuna non passa inevitabilmente dai litigi, almeno per quanto ci riguarda. Più che altro, nel nostro caso parliamo e discutiamo di quello che può star bene o meno in un determinato pezzo, lo proviamo per vedere se suona bene, se non si adatta cerchiamo e studiamo qualcos’altro. Tutti sono coinvolti e tutti possono dire la loro, l’idea buona può arrivare da chiunque. Per quanto riguarda la struttura dei brani e le idee iniziali, di solito è il nostro tastierista Marco Baschera che propone i primi riff, se li registra per conto suo in sala prove con midi, tastiera e chitarra in stile heavy metal, poi ce le fa ascoltare. Spesso io e lui ci troviamo per studiare la struttura definitiva del brano, io aggiungo le melodie vocali, e il brano comincia a prendere forma. Gli arrangiamenti e le successive elaborazioni vengono studiate da tutta la band insieme, fino ad arrivare al risultato finale, che per noi deve essere piacevole da ascoltare pur nella sua complessità, e deve mantenere una certa spontaneità.
La critica ha speso elogi di ogni tipo per il vostro album. Vi aspettavate un’accoglienza di questo genere e secondo voi perché i Methodica non vengono definiti la solita prog metal band tecnica, ma al contrario a vincere non è la tecnica, ma le canzoni?
Siamo rimasti molto sorpresi dai complimenti che ci hanno riservato , sono andati oltre le nostre aspettative. La critica ci definisce diversi dalle solite prog metal band probabilmente per il fatto che comunque le nostre canzoni, come dicevo prima, sono orecchiabili e hanno delle melodie spesso facili da ricordare pur essendo elaborate e ricercate. Spesso i brani presentano un sound Seventies mescolato a suoni più moderni: questo miscuglio nasce dalle nostre molteplici influenze musicali, che passano dal progressive anni 70 al rock e al metal degli 80. A noi interessa fondamentalmente una doppia ricerca, nella composizione dei brani: uno stile ricercato e ricco, ma al tempo stesso melodico, il che non significa comunque poco studiato o poco ragionato. Il risultato che vogliamo ottenere è una musica apprezzabile sia dagli intenditori del progressive sia da chi ascolta altri generi musicali. Noi puntiamo sia sul feeling, sul lato emozionale della musica, sia sulla tecnica, perché secondo noi il giusto equilibrio tra questi due elementi riesce a creare brani che sanno arrivare al cuore dell’ascoltatore
Dopo tanti anni di gavetta, finalmente sono arrivate un po’ di soddisfazioni, ma cosa vi aspettate da adesso in poi?
Innanzitutto ci godiamo questo momento di soddisfazioni, sperando che duri ancora un bel po’; nel frattempo stiamo organizzando dei concerti per promuovere il nostro disco, sperando di avere un buon riscontro anche di pubblico. Abbiamo appena girato il videoclip di “Neon”, brano di apertura del disco, per la regia di Cristian Biondani, uno dei registi di videoclip più quotati a livello nazionale, che ha lavorato, tra gli altri, con Vasco Rossi, Laura Pausini e Tiziano Ferro. E poi, soprattutto, stiamo già pensando al secondo disco. Le sorprese da parte dei Metodica non sono ancora finite.
Contatti: www.myspace.com/methodicaband
Gianni Della Cioppa
Torna


