Fuori Dal Mucchio Numero Dicembre '09
A cura di Federico Guglielmi e Aurelio Pasini

Hollowblue

HollowblueTerzo capitolo per i livornesi Hollowblue, secondo sulla lunga distanza e primo discograficamente autarchico, “Wild Nights, Quiet Dreams” (aCupintheGarden/Audioglobe) mantiene fino in fondo le promesse dei lavori precedenti aggiungendo alle canzoni qualche dose di elettricità. Ne abbiamo parlato con il fondatore Gianluca Maria Sorace e il chitarrista Marco Calderisi.


Pur mantenendo la vostra cifra stilistica abituale, sempre legata a certi colori d'autore e noir, questo secondo album è più compatto e più rock, a tratti più chitarristico e aggressivo (ad esempio in “You Cannot Stop” o “I've Got The Key To Change The World”). C'è un motivo che vi ha spinto a muovervi in questa direzione?
Gianluca Maria Sorace: La direzione che abbiamo recentemente intrapreso ha avuto uno sviluppo naturale. Se nei precedenti album – l'EP “What You Left Behind” e “Stars Are Crashing (In My Backyard)” – il mio lavoro è stato predominante e per certi versi ingombrante, dall'anno scorso il coinvolgimento da parte di tutto il gruppo è diventato totale, con inoltre un gran lavoro di improvvisazione in sala prove. Questo ha fatto sì che le nuove canzoni risentissero ancor più delle singole personalità dei musicisti e non di una singola visione. Tutto è diventato più spontaneo e diretto. Inoltre la nostra violoncellista, nel periodo in cui stavamo scrivendo gran parte del nuovo album, aveva deciso di prendere altre strade. Ci siamo così ritrovati a riempire, con le chitarre elettriche, gli spazi normalmente occupati da lei. In seguito abbiamo fatto il solito lavoro di rifinitura e orchestrazione delle parti a cui teniamo molto, ma diverse strutture di base sono composte da un paio di accordi e un approccio energico, quasi punk.
Marco Calderisi: Voglia di cambiare, stress, paura, odio, ansia, dolore, la necessità di avere un posto sicuro dove rifugiarsi di tanto in tanto, dove non serva fare compromessi o indossare una maschera per essere accettati ... sentimenti che conosciamo bene ma che nel vecchio lavoro non avevano trovato spazio.

Nel bel mezzo di “Sigma” ti sentiamo per la prima volta cantare in italiano. Sei tentato dall'idea di muoverti in quella direzione?

G: In ognuno degli album che abbiamo pubblicato c'è uno spazio dedicato al materiale un po' più datato. Gli archivi degli Hollowblue, ma anche miei personali, straripano di canzoni. “Sigma” era una di queste, nata per un progetto durato 8 anni che si chiamava Tangomarziano in cui mi “costringevano” a scrivere e cantare in italiano. Esiste quindi una versione completamente italiana di quella canzone. Il bassista Giancarlo Russo, che con me aveva condiviso anche quel progetto, ha avuto l'idea di utilizzare una parte di quel testo nel finale. E' probabile che dal vivo proveremo ad eseguirla, ogni tanto, completamente in italiano. Non ho pregiudizi verso la nostra lingua madre, semplicemente mi diverto molto di più a cantare in inglese. Si crea un senso di distacco tra me e quello che scrivo che per assurdo mi aiuta a meglio interpretare quello che canto. Parlando con altri musicisti notavamo come si stia diffondendo una certa diffidenza verso i gruppi che scelgono l'inglese. Ho sentito lo stesso Pierpaolo Capovilla del Teatro degli Orrori, che pure stimo e apprezzo, dichiarare che il suo cantare in inglese nei One Dimensional Man era in qualche modo una forzatura. Mi spiace che l'Italia non provi a fare quel salto mentale, che porterebbe a cercare di esportare la musica italiana all'estero. Questo succede nei paesi nordici ad esempio, senza nessun pregiudizio. I gruppi cantano in inglese e la cosa viene accettata. Qui non è altrettanto semplice. Non prevediamo un cambio di lingua a meno che questo non sia divertente e naturale. Ci piace sperimentare e probabilmente qualcosa faremo ma come potremmo farlo un giorno con qualsiasi altra lingua che in quel momento ci sembri appropriata e interessante da utilizzare.

La musica degli Hollowblue è fortemente legata alla tua scrittura, essendo l'autore dei brani e dei testi. Nel corso degli ultimi tempi, anche dal momento in cui è stato registrato il disco ad oggi, ci sono stati dei cambi di line up. Posto che, evidentemente, negli Hollowblue finiscono per gravitare musicisti con una sensibilità affine alla tua, mi chiedo quali siano le dinamiche compositive all'interno del gruppo...
G: Come dicevo, in “Wild Nights, Quiet Dreams” il coinvolgimento dei membri base (Giancarlo Russo, Federico Moi e Marco Calderisi) è stato totale. Hollowblue è nato come mio progetto solista nel '90. Abbandonato per diversi anni, è diventato un vero gruppo nel 2003. All'inizio veniva inteso, in qualche modo, come il gruppo che mi permetteva di esprimere la mia personale visione della musica, ma nel tempo le cose sono fortunatamente cambiate. E dico fortunatamente perché credo moltissimo nello scambio, in particolare quando le persone con cui si collabora sono sensibili e affini. Ho avuto la fortuna di trovare negli Hollowblue persone di questo genere. Per vari motivi alcuni membri sono nel tempo cambiati, il nucleo base che citavo prima è rimasto però immutato e recentemente si sono aggiunti Enrico Filippi al piano e synth e Sarah Mayer al violino e voce, anche con loro c'è una grande intesa musicale e umana. Se prima i musicisti erano quasi degli esecutori, adesso le cose sono cambiate e, a parte la scrittura dei testi, c'è un rapporto assolutamente paritario. Capita molto spesso di entrare in sala prove, accendere gli amplificatori e ritrovarci dopo mezz'ora con una canzone nuova.
M: Io parlerei anche di comunione di intenti e di voglia di stare insieme. Io e Gianluca, ad esempio non siamo così affini musicalmente, riusciamo a scambiarci davvero pochi dischi! Con questo disco l'azione compositiva è stata molto più articolata e distribuita all'interno del gruppo di quanto sia mai stato in precedenza.

In “Honeymoon” entrano in gioco quelle atmosfere "di frontiera" che abbiamo incontrato nei vostri lavori già in precedenza: il mexican border, la California di Fante... Pur nella evoluzione musicale, quello resta un punto fermo nella poetica degli Hollowblue, sei d'accordo?
G: Si, sono d'accordo. Un disco che ci ha aperto la strada verso quelle atmosfere è stato “The Black Light” dei Calexico, che personalmente mi ha fatto transitare da ascolti new wave ad un modo più intimo e forse meno artificiale di esprimersi musicalmente. Per quanto non sia particolarmente amante della musica americana, gli Stati Uniti di frontiera mi affascinano perché sono un crocevia di razze e mescolanze culturali, di diseredati e grande creatività. Non abbiamo mai programmato in realtà di esprimere certe atmosfere, ma queste emergono sempre con forza e ogni disco ha la propria canzone di frontiera, nel primo EP la canzone “What You Left Behind”, nel primo album “Stars Are Crashing In Mexico” e in quello nuovo “Honeymoon”.
M: Nella nostra poetica rientrano però anche altri aspetti: c'è il deserto, assolato e polveroso, ma ci sono anche i meandri bui delle metropoli, e non sempre ci si sente del tutto soli.

Il vostro primo album ha ricevuto ottime critiche all'estero, credi che sia una via praticabile, che produca risultati? L'impressione è che l'unico modo per raggiungere determinati obbiettivi sia inevitabilmente affidato all'iniziativa individuale. Insomma: riusciremmo mai ad esportare la nostra scena all'estero? E soprattutto, come hai vissuto questo affacciarti su una realtà diversa?

G: Il nostro precedente album ha avuto in effetti ottime recensioni e apprezzamenti all'estero nonostante non sia stato veramente distribuito fuori dall'Italia, se non in forma digitale. Questo ci ha fatto ovviamente molto piacere ma al tempo stesso ci ha creato anche un certo senso di frustrazione. Si è manifestato in modo abbastanza evidente il contrasto tra la potenzialità di questo progetto e la obiettiva difficoltà di esportarlo, non per ragioni artistiche ma per la poca lungimiranza delle strutture discografiche: pochi mezzi, poca voglia ed effettiva possibilità di rischiare. Il mercato italiano, come dicevo, mi sembra si stia chiudendo un po' su se stesso. Ci sono delle fortunate eccezioni ma si continua a guardare, musicisti compresi, all'Italia e non all'Europa. E anche per questo che abbiamo deciso di aprire una nostra label – aCupintheGarden – e seguire ancora più da vicino tutti gli aspetti che riguardano la pubblicazione e la vita di un album. Sinceramente, invece di pensare di cambiare la lingua con cui canto per poter “piacere” all'Italia, vorrei continuare a sentirmi libero di scegliere e di fare piccoli passi verso l'estero dove la musica indipendente, al contrario di quanto sta succedendo qui, non è un hobby, un gioco fra amici, una specie di circolo culturale chiuso. La musica italiana all'estero semplicemente non esiste, così come si sta eclissando, per chi ci osserva dall'esterno, la nostra dignità culturale.

Contatti: www.hollowblue.com

Alessandro Besselva Averame



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