A cura di Federico Guglielmi e Aurelio Pasini
Margaret
Secondo disco per i torinesi Margaret. "Cromoliquido" (Venus) è un lavoro che convince soprattutto in un periodo di scetticismo generale per le sonorità rock e i testi in italiano. Ne parliamo con la band.
Partiamo da un paio di domande generali. Sullo stato delle cose. In Italia spesso soffriamo - io in primis, lo ammetto - di esterofilia e si bollano le rock band in italiano. Soprattutto dopo il "periodo d'oro" di metà anni 90 e l'esplosione della Mescal. Come vivete questa cosa? Avvertite un po' di scetticismo? Un po' di diffidenza?
Lo ammetto con estrema sincerità, penso di essere come te uno tra quelli. Paradossalmente, per quanto io canti e scriva i miei testi in italiano, non posso definirmi un grande ascoltatore di musica italiana, pur pensando che ci siano ottimi artisti con molto da dire. ci facciamo forse sopraffare da una certa percezione: tutto ciò che è straniero sembra essere dannatamente migliore. Personalmente, sono cresciuto con i Doors e trovo ispirazione in band come Calla, Girls Against Boys, Velvet Underground. Successivamente al periodo a cui fai riferimento, che obiettivamente è stato intenso e proficuo, avvertiamo solo forse la tendenza ad etichettare le nuove band che cercano di uscire fuori da quegli spazi. Cosa che se da una certa prospettiva può essere un modo per provare a prolungare la percezione di quel periodo d'oro, da un'altra è un limite, perché giudica il presente con gli occhi del passato e rischia di cristallizzare dall'esterno le dimensioni creative di chi si esprime in musica.
Come siete arrivati a questo album? Il vostro percorso include anche una stretta collaborazione con Amaury Cambuzat degli Ulan Bator (le due volte che vi ho visti dal vivo aprivate loro). Insomma, come il percorso Margaret sfocia in "Cromoliquido"?
Amaury è un mio caro amico, lo stimo fortemente come persona e come musicista. Gli Ulan Bator di inizio carriera hanno fatto crescere di gran lunga il mio senso musicale, portandomi verso una mentalità più aperta. La collaborazione con Amaury è stata fondamentale per la nostra crescita e per questo non smetterò mai di ringraziarlo. A differenza del primo album, “Cromoliquido” è stato un percorso piuttosto lento ma graduale, al centro del quale c'era la voglia di arricchire il nostro sound, renderlo più malleabile ma senza rinunciare all'impatto di un vero disco rock. Il titolo dell'album infatti rappresenta proprio questa ritrovata dimensione. Qualcosa capace di essere graffiante e sinuoso al momento giusto.
Quali sono le vostre principali fonti d'ispirazione fuori dal campo musicale?
Fuori dal campo musicale ormai c'è poco che influenzi la nostra musica purtroppo non viviamo più negli anni 60/70 (risata, Ndr). A parte gli scherzi, traiamo tutti molta ispirazione dalle esperienze di vita quotidiane, dai libri che leggiamo, in particolar modo Baudelaire, Blake, Kerouac, Celine, dalle persone che incontriamo e con le quali ci relazioniamo, da quanto succede dentro e intorno a noi. Quando poi è il momento di trasformare tutto questo in musica e versi, in genere tendo ad isolarmi da quello che mi circonda e cerco più che altro di immergermi nei miei pensieri. Soprattutto nelle sensazioni di rivalsa che questo particolare periodo italiano mi suscita. L'arte dello smarrimento per esempio nasce così.
Il mood dell'album è solo apparentemente pessimista, direi più criptico e certamente filtrato da una grossa sensibilità personale. Come nascono le canzoni? Per le dieci dell'album avete seguito un "progetto specifico", un filo conduttore? Come lavorate?
Dopo il cambio di formazione, che ha portato Ale (Branciforti) nel nostro organico e Matteo (Dainese) in studio, è diventato importante (ma soprattutto divertente) costruire un'intesa, una comunicazione creativa profonda fra di noi. Questo si è tradotto in intense jam session molto produttive dal punto di vista artistico, molte delle quali hanno dato origine ai pezzi del disco. I testi di “Cromoliquido” sono molto intimi e sicuramente espressi in una maniera personale, forse criptica perché segue il flusso emozionale e creativo che la produce. Quando scrivo lascio fluire immagini mentali che si trasformano in emozioni e poi in versi. Forse anche in virtù del taglio "poetico" che assumono, si ritrasformano immagini da vivere in maniera personale nel momento dell'ascolto. Hai ragione nel sostenere che “Cromoliquido” è solo apparentemente pessimista. Il pessimismo può emergere osservando parte della realtà che viviamo, ma da parte nostra c'è sempre un moto ribelle e in qualche modo positivo che ci porta a ricercare una prospettiva liberatoria.. Ogni canzone di “Cromoliquido” nasce come un'emozione a sé, sono dieci episodi differenti e, come si diceva, liberamente interpretabili. Per fare alcuni esempi, se in "L'arte dello smarrimento" parliamo di libertà progressivamente annientate da un gioco di potere, che a noi pare sempre più pressante e violento, a cui però si può scegliere di non cedere, in "Lenta" affrontiamo la dimensione caduca del reale, vista però come occasione per vivere ancor più pienamente il proprio presente e se stessi. In "Frammenti di vetro", invece, l'attenzione è posta su un certo uso fatto delle religioni dalle gerarchie, sempre più vuote nei loro fasti e stritolate dai loro stessi castranti dogmi, mentre "Nuova abitudine" è proprio una sorta di inno liberatorio nei confronti di tutto ciò che ingabbia e rende infelici. Uno sguardo sulla realtà, insomma, ma con un'ottica personale. Calarsi profondamente nel proprio sentire, può essere una buona chiave di lettura di “Cromoliquido” e dei Margaret.
Per ora come sta andando la promozione del disco? Reazioni generali - che possono ricollegarsi magari anche alla prima domanda - tra critica e pubblico?
La promozione per ora procede bene, e le reazioni di pubblico e critica sono molto buone. Ciò che ci rende molto contenti è che “Cromoliquido” ha in qualche modo toccato, anche a livello interiore, chi ne è entrato in contatto. Un piccolo paradosso della nostra storia, tornando al discorso sul periodo d'oro, te lo vogliamo raccontare. In passato e ancora oggi siamo stati paragonati ad uno dei maggiori rappresentanti di quel fertile periodo, i Marlene Kuntz. In verità, lo ammettiamo, non è una band che ascoltiamo, se ci sono punti di contatto probabilmente dipendono dall'aver interiorizzato medesime atmosfere musicali. In ogni caso un parallelo del genere non può che farci piacere e anzi siamo tutti d’accordo nel dire che sarebbe molto interessante suonare su uno stesso palco!
Il disco è registrato a Torino ma è stato masterizzato negli Stati Uniti. Come mai questa scelta? Sempre più band, anche autoprodotte, decidono di farsi aiutare dagli americani (penso allo Sterling Sound di New York, sempre più presente nei credits dei dischi undergound italiano).
Credo che dipenda dal fatto che in America dispongono di tecnologie più avanzate che garantiscono un prodotto di ottima qualità, e in proporzione i costi sono inferiori. Per quanto riguarda “Cromoliquido”, la registrazione è stata realizzata ottimamente da Alessandro Giordano al Jambostudio mentre per la masterizzazione ci siamo rivolti a Scott Davis, del Blueinside Studio di Los Angeles.
Quali sono i progetti futuri dei Margaret? Insomma, dove volete andare (in senso buono, s'intende)?
È una domanda che ci facciamo spesso anche noi, cosa succederà ai Margaret dopo la colata di “Cromoliquido” che l'ha investita? (il riferimento è alla copertina del disco). Credo che questo lavoro abbia liberato un grande potenziale creativo, una spinta rock che ancora non si vuole placare e che vogliamo esplorare a tutti i livelli. La parola d'ordine comunque ora è “live”; non nascondiamo però che stiamo già pensando ai nuovi pezzi!
Contatti: www.margaret.it
Hamilton Santià
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