A cura di Federico Guglielmi e Aurelio Pasini
Gea
Si può apprezzare o meno la loro musica, ma la visione d’insieme, la libertà e la mentalità dei Gea è sempre un motivo valido per fare quattro chiacchiere e fare un po’ il punto della situazione dopo un album ambizioso – “From Gea With Love”, pubblicato solo in vinile da Jestrai – e oltre dieci anni di carriera.
Ci ritroviamo dopo oltre tre anni da “Bailamme Generale” con un nuovo progetto, una nuova etichetta e la decisione di fare l’album solo in vinile. Cosa è successo in questi anni e da dove nasce questa decisione del vinile?
È successo che, come accade spesso, la celeberrima “mobilità sociale” delle band indie italiane si è manifestata anche con noi con un cambio di line-up (turnover di bassisti). Se poi ci metti anche nuove famiglie e figli arrivati, il gioco è fatto. La decisione del vinile invece rispecchia varie motivazioni, sia affettive (“ci togliamo lo sfizio e facciamo un disco”) sia musicali (“vogliamo sentire come suona la nostra musica sul vinile”). CD non se ne vendono. Vendere per non vendere, quantomeno ci siamo levati questa soddisfazione! Nel vinile è comunque contenuta una copia in cd del disco, in omaggio.
Il disco esce per la Jestrai, terza etichetta che vi pubblica dopo Santeria e la breve esperienza con Il Re Non Si Diverte, come è nato questo nuovo matrimonio?
Terminata l’esperienza del Re, l’approdo a Jestrai è stato abbastanza naturale, considerando la ormai decennale amicizia e conoscenza che ci lega. Sino ad ora i nostri percorsi sono sempre stati paralleli e molto vicini. Diciamo che da un annetto circa si sono anche intersecati.
Sul comunicato che accompagna l’uscita di “From Gea With Love” si legge: “… un concept-album che sonda tutto ciò che ruota intorno al rapporto amoroso nelle sue multiple sfaccettature”. Concept-album, vinile, una storia che si racconta… ormai siete diventati degli inguaribili nostalgici.
In realtà, più che di un vero e proprio “concept”, si potrebbe parlare di un “fil rouge”, di un trait d’union tra tutte le espressioni liriche delle canzoni che concerne, appunto, l’amore. Anche qui, è stato un caso che tutti i brani alla fine andassero a parare lì, non è stato un processo consapevole quanto piuttosto un comune sentire che, alla fine, si è riverberato nei testi così come li potete leggere. Non c’è stato un “disegno” preciso dietro. Sarà che di questi tempi c’è un disperato bisogno di Amore, in giro…
È anche inteso come un regalo per i vostri fan. Quindi scelta che unisce l’utile al dilettevole. Siete in giro da undici anni, che rapporto avete col pubblico? Qualche tempo fa parlavamo di problemi di fruibilità per il rock cantanto in italiano, com’è cambiata la situazione?
Non molto, purtroppo. La visibilità e gli spazi sono sempre risicatissimi, e non si vuole investire nella musica, se non quella dal guadagno immediato. “Musica giovane” e “proposta culturale” sono ancora parole che, messe assieme, in Italia, sono tabù: vuol dire qualcosa tipo “Comunismo” o “spreco di danaro”… Adesso forse sembra che qualcosina si sta di nuovo muovendo con gruppi tipo Teatro Degli Orrori, Ministri. Noi, ovviamente, per non smentire la nostra fama di “fuori tempo” ci siamo messi a cantare in inglese! Per fortuna i nostri sparuti ma ottimi fan ci seguono in queste nostre “peregrinazioni”.
Veniamo alle canzoni, rileggendo l’intervista che abbiamo fatto per il disco precedente avevate dichiarato: “sei o sette anni fa era da sfigati cantare in inglese. Oggi è il contrario. Ancora una volta, la sincerità nel porsi credo sia il fattore che determina il successo o meno di un progetto, italiano o inglese che sia.” Il disco si apre con una canzone in inglese ma poi ci sono anche brani in francese e altri dove cambiate lingua addirittura nel testo… Avete composto l’album in completa libertà seguendo l’ispirazione del momento o vi siete posti degli obiettivi più, come dire, ambiziosi?
In questo disco più che mai ci siamo permessi il lusso di fare un po’ quel diavolo che ci intrigava di più, quindi nessun obiettivo ambizioso ma come tu dici una sana voglia di sperimentare, di giocare con la musica e con i propri demoni ispiratori in piena libertà. È un disco molto istintivo come concetto (credo, infatti, sia il nostro disco più “aggressivo”, dal punto di vista sonoro. Paradossalmente, più invecchiamo e più ci si incattivisce, mah…) ma molto elaborato come costruzione, come arrangiamento. Dal punto di vista lirico, semplicemente, abbiamo giocato con le parole, con gli idiomi, e abbiamo usato quelli che, in relazione al brano, lo “vestivano” meglio a nostro avviso e che ci divertivano di più.
Ad ascoltare l’album mi sembra che questo sia il vostro lavoro più ambizioso ma al tempo stesso il più personale e “sincero”. Ormai maneggiate la vostra “materia” con sapienza. Sono poche le band che possono vantare un percorso lungo più di dieci anni. Come vi sentite alla fine di questo ennesimo capitolo della vostra carriera?
Molto soddisfatti, perché nonostante tutte le gabole più o meno piacevoli della vita di tutti i giorni stiamo continuando a fare quello che più ci piace, vale a dire fare musica e cercare di condividerla con il maggior numero possibile di persone.
Dopo quattro album di cui l’ultimo concept e in vinile, tre etichette e svariati concerti, come vedete il vostro futuro?
Non saprei, non ci proiettiamo mai troppo in avanti, altrimenti non riusciamo a gustarci il presente. Penso che comunque valga per tutti noi il fatto che sino a quando riterremo “doveroso” e “necessario” fare musica e farla in questo modo, continueremo a farlo senza problemi. Nel concreto, credo che andremo avanti ancora per alcuni anni, tipo dodici/tredici, poi andremo in pensione e venderemo il marchio ai nostri figli che – bontà loro – proseguiranno a gestire la ditta di famiglia!
Contatti: www.myspace.com/geaband
Hamilton Santià
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