A cura di Federico Guglielmi e Aurelio Pasini
2Hurt
Passare dalle chitarre fragorose dei Fasten Belt ai rigagnoli acustici dei 2Hurt è un percorso che può solo profumare di sincerità e maturità. Paolo Bertozzi non rinnega niente di quegli anni fatti di energia e rabbia e viaggi e sfide, ma l’oggi si chiama 2Hurt (ragione sociale condivisa con la violinista Laura Senatore): un’invocazione soffusa ma forte per un mondo che sappia guardare al passato e proiettarsi nel futuro, con musiche che sono vita e tradizione di e per tutti.
Paolo, una prima domanda è inevitabile: che percorso hai compiuto per passare dal rock corposo dei Fasten Belt ai suoni dilatati e desertici di questo tuo esordio solista? Insomma perché ad un certo punto ti sei guardato allo specchio e hai capito che il rock non era abbastanza?
PB: Il tempo inevitabilmente ci cambia. A volte lievemente altre profondamente. Certamente l’esperienza Fasten Belt è indimenticabile ed è parte importante della mia vita come uomo e musicista. Comunque, per rispondere alla tua domanda, devo dire che la mia attitudine punk rimane, ma non volevo assolutamente fare il disco del chitarrista dei Fasten Belt e alla fine sono usciti i lati più oscuri del mio background musicale.
In fase compositiva come ti sei mosso, considerando che le undici canzoni sembrano un unico viaggio lieve e silenzioso, direi quasi sciamanico? C’è un legame che salda i brani o si tratta di frammenti di immagini?
PB: Ho vissuto un paio di anni bui durante i quali per combattere una depressione profonda e pensare il meno possibile mi sono chiuso in casa con la chitarra acustica a suonare, semplicemente, senza una particolare intenzione compositiva, Poi pian pianole cose che mi piacevano le registravo, fissavo le idee e andavo avanti. Ciò che unisce i brani al di là del sound credo sia il mio particolare mood del periodo, il cantato sussurrato e scuro e il suono del violino melanconico e onirico, vero collante e sottile filo conduttore del progetto.
Puoi fornire un’interpretazione sui testi di qualche canzone a cui tieni particolarmente? E la copertina cosa rappresenta?
PB: Credo che il testo di “Like Another Dope” metta bene a fuoco il discorso riguardante le liriche (“Give me strenght, give me hope, don’t think of me like another dope”). Tra immaginario e realtà c’è sempre un “qualcuno” che chiede aiuto per andare avanti, che non vuole essere una droga per nessuno ma semplicemente un uomo libero di sbagliare e anche capace di chiedere scusa dei propri errori. La copertina è una vecchia foto che ho trovato datata fine ‘800 che ho rielaborato al computer e mi ha commosso perché rappresenta un agente degli Stati Uniti che interroga un nativo Navajo “colpevole” di abitare quelle terre. Da questa immagine mi è nata l’idea del titolo del disco. Ho suonato musica in libertà e parole in libertà, vuole essere un piccolo pensiero rivolto agli oppressi.
Ho letto che definisci il vostro primo album, “Words In Freedom”, un tributo alla musica di confine, fornendogli un’ottica americana, ma i confini li abbiamo anche qui in casa nostra e sono anche chiusi e rigidi. Hai scelto una rappresentazione statunitense, perché non portare anche un po’ di tradizione nostrana?
PB: Il sound è certamente di confine e desertico aggiungerei spoglio, scheletrico e si sposa bene con le storie che racconto. Storie di persone in qualche modo perse e senza speranza che con un filo di voce chiedono aiuto o si ribellano. Conosco bene i problemi di casa nostra e sono molto avvilito per quanto accade, ma scrivendo in inglese non volevo assolutamente ignorare la nostra situazione e credo che in fondo i personaggi che canto vivano in ogni paese.
Sul CD hai suonato tutti gli strumenti, ma dal vivo, escludendo la veste acustica, con che musicisti vi presentate Laura e tu, e proponete anche qualche rifacimento, magari dei nomi che citi come influenze Ry Cooder e Mark Lanegan?
PB: Abbiamo fatto un paio di showcase acustici suonando io e Laura, ma ora che iniziamo a suonare il disco in giro i 2Hurt sono diventati una band di cinque elementi. Oltre a noi due ci accompagnano dal vivo Franco Fosca alla chitarra e armonica, Michele Mancaniello al basso (ex AK47) e alla batteria e percussioni il mio fedele amico, anche lui ex Fasten Belt, Marco Di Nicolantonio. Nessuna cover in particolare. A volte ci piace suonare “Cortez The Killer” di Neil Young.
Laura, suonando uno strumento come il violino, mi incuriosisce il tuo bagaglio precedente a questa esperienza. Un percorso che parte dalla classica per arriva al folk rock ?
LS: Il mio bagaglio più ampio appartiene sicuramente alla musica classica. Ho iniziato a studiare violino a cinque anni e in realtà quello che ascoltavo, quindi suonavo, di più era proprio ciò che, in parte erroneamente, viene definita classica. Ma a vent’anni i miei orizzonti musicali si sono allargati in maniera esponenziale e tutto d’un tratto. Ho iniziato a suonare in un gruppo cover di Franco Battiato, poi in formazioni acustiche di vario genere fino persino al tango. Poi, ancora, è arrivata la passione giovanissima per il flamenco e quindi l’incontro con Paolo. Tante cose, è vero, ma tutte credo coerenti con la mia visione della musica: un amore totale.
In che modo hai contribuito alla stesura dei pezzi e quanto ti senti partecipe e complice dei 2Hurt?
LS: Per quasi tutti i brani il mio ascolto è arrivato dopo la prima stesura. Paolo mi faceva conoscere le cose nuove scritte e io in prima battuta di istinto, poi con un lavoro di revisione, aggiungevo le linee del violino. Dal mio punto di vista è stata la maniera più vera e musicale di sentire i brani. I 2Hurt sono frutto della grande esperienza e ricchezza musicale di Paolo Bertozzi, ma, grazie soprattutto alla sua grande generosità artistica e umana, per me rappresentano nient’altro che una creatura anche mia, che amo e che rispetta come non mai la mia idea di fare musica.
Paolo, hai preso “Hurt” dei Nine Inch Nails e l’hai spogliata di tutti gli addobbi gotici, magari guardando alla versione di un maestro come Johnny Cash. Ma questa operazione di sottrazione dimostra che forse c’è un legame anche tra artisti apparentemente lontani. Tu pensi che ci sia una continuità tra il rock di ieri, oggi e domani, capace anche di superare questioni di appartenenza e stilistiche?
PB: Sono convinto di sì e ritengo fondamentale non chiudersi a chiave all’interno di un genere. Vedo la musica come la vita e quando conosco persone diverse da me che ritengo affascinanti pur provenendo da luoghi o esperienze a me sconosciute sono stimolato ad approfondirle sia personalmente che musicalmente. La musica è una cosa meravigliosa e ci dà la libertà di tentare nuove strade mai percorse e mantenere vivo il fascino della scoperta, è quello che ancora mi spinge a suonare. Hurt cantata da Johnny Cash ha accompagnato i primi incontri con Laura e così abbiamo voluto suonarla nel disco a modo nostro, tenendo bene a mente la lezione del maestro e svuotandola da ogni orpello, sperando di non essere stati troppo presuntuosi. E per completare l’opera al momento di scegliere il nome della band abbiamo pensato che essendo in 2 in fissa per “Hurt” il nome giusto fosse 2Hurt.
Contatti: www.myspace.com/2hurtmusic
Gianni Della Cioppa
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