Fuori Dal Mucchio Numero Aprile '09
A cura di Federico Guglielmi e Aurelio Pasini

Ministri

Ministri

A tre anni dal debutto “I soldi sono finiti”, i milanesi Ministri sono tornati con un’opera seconda – “Tempi bui” (Black Out/Universal) – all’insegna di un rock urticante ma non privo di appeal melodico e, allo stesso tempo, di testi che affrontano i problemi della vita di tutti i giorni in maniera diretta e priva di filtri. Una buona occasione per scambiare quattro chiacchiere con Federico Dragogna, che del trio è chitarrista e paroliere.    

Prendendo a prestito il titolo del vostro primo album, evidentemente i soldi non sono finiti per i Ministri, visto che siete riusciti a dargli un seguito.
Diciamo che abbiamo trovato qualcun altro che ce ne dà un pochettino, senza esagerare, val a dire “nonna Universal”. I nostri soldi però sono sempre quelli: sono appena andato a versare in banca quelli dei nostri ultimi concerti, e se chi ci segue conoscesse il mio saldo probabilmente ci penserebbe due volte prima di tentare di fare questo lavoro. Quel che non si riesce a capire è perché il mondo abbia bisogno di qualcosa da ascoltare e, allo stesso tempo, chi quel qualcosa lo produce non viene pagato a sufficienza. Comunque, per tornare a “I soldi sono finiti”, abbiamo deciso di smettere di suonare dal vivo la canzone omonima, almeno per un po’; inoltre ripubblicheremo l’album, visto che non ce ne sono più copie, senza però la moneta da un euro in copertina.

Si diceva di “nonna Universal”. Qual è la differenza più grossa, dal vostro punto di vista, tra lavorare con un’indipendente e farlo invece con una major?
All’atto pratico direi i soldi per i video, che non avevamo mai avuto in precedenza, e in linea di massimo il fatto che ci sia della gente che è contenta quando facciamo le cose. Il che non è poco. Nella band siamo in tre, e non abbiamo persone che ci aiutino particolarmente: non c’è nessuno street team, per esempio, o nessuno che vada nei forum a parlare di noi – o se qualcuno lo fa, lo fa sua sponte. In passato ci sono stati dei momenti in cui, per vari motivi, ci sentivamo stanchi, spompati, demotivati; ora invece c’è più gente intorno a noi, che ci tiene più su, anche proprio come morale. Che poi è ovvio che le loro motivazioni sono legate a mere questioni di vendite, ma è comunque qualcosa. Poi c’è il nostro manager, che è Ponzio del circolo Magnolia di Milano, che è un amico che ci aiuta a risolvere i problemi pratici. La Universal è “nonna” proprio per questo: non è detto che uno abbia voglia di andare a trovarla, di andare a pranzo da lei, però è sempre la nonna.

Come è nata l’idea di fare uscire tra i due album un EP, “La piazza”?
Noi volevamo semplicemente far concerti, perché è grazie a quelli che viviamo. Inoltre c’era un pezzo come “La piazza” che aveva una data di scadenza: se fosse uscito anche solo dopo gli scontri in Grecia sarebbe stato molto diverso. A dire il vero noi volevamo già pubblicare l’album; l’Universal però frenò un po’ e allora optammo per l’EP, che è stato registrato in appena quattro giorni e praticamente in presa diretta. La produzione è molto cruda, ma è esattamente ciò che desideravamo: far sentire i pezzi così come li suoniamo dal vivo.

Le canzoni di “Tempi bui” risalgono tutte allo stesso periodo di tempo?
No. Il punto di partenza di tutto quanto è “Il bel canto”, che per molti versi è il pezzo più “serio” del disco, quello più importante. Sostanzialmente è grazie a quella canzone che la Universal ci ha messo sotto contratto: eravamo già in contatto da un po’, le trattative erano già in corso, ma quando presentai il provino de “Il bel canto” ruppero ogni indugio. Poi successivamente abbiamo litigato per sei mesi, ma in qualche modo siamo arrivati al disco. Canzoni come “Vicenza” e “La casa brucia” sono state composte nel periodo di massima tensione con la casa discografica. Non è un caso che nella seconda ci sia una frase come “La casa brucia e la nonna si pettina”: ci stavamo palesemente riferendo a loro. Non è che ci sia un cattivo alla Ispettore Gadget in Universal, non c’è una persona che incarni in sé tutto il peggio dello spirito delle multinazionali; penso che chi lo impersona meglio siano quelli che lavorano in uffici con cui non abbiamo alcun tipo di contatto, come quello legale o del marketing. Quelle con cui abbiamo rapporti, invece, sono belle persone, con uno stipendio normalissimo e che non ci guadagnano in percentuale sulle vendite dei nostri dischi. Per questo album abbiamo composto tantissimo, e molti pezzi sono rimasti fuori. A un certo punto c’è stata anche una fase parecchio triste, perché ci sentivamo davvero scarichi: di conseguenza in quel periodo sono venuti fuori brani davvero cupi, come per esempio “E se poi si spegne tutto”. “Tempi bui” è stata scritta un attimo prima di entrare in studio. Mi ricordo che l’ho fatta sentire agli altri proprio il primo giorno delle registrazioni: sentivamo che c’era qualcosa che mancava, e da parte sua la Universal ci chiedeva se avessimo o meno un singolo: ecco, “Tempi bui” ha risolto tutti i problemi.

Mettendo a confronto i due dischi, l’impressione è che questa volta i testi siano, in alcuni casi, molto più apertamente sociali.
Diciamo che sono in generale più chiari e più aperti sul mondo. Penso che la carriera di uno scrittore si possa dividere in tre fasi. La prima è quella dominata dall’io, e più o meno l’abbiamo finita a ventitré anni, ma ne “I soldi sono finiti” c’è ancora molto di questo, basti dire che un pezzo come “Le mie notti sono migliori dei vostri giorni” risale a quando di anni ne avevo diciassette. In questo momento invece cerco altro, ovvero riuscire ad aprirmi e incominciare a raccontare storie, seppure filtrate da un sé più o meno forte. Un esempio di questo è De André, che pur avendo una personalità molto importante riusciva comunque a raccontare storie esterne alla sua esperienza diretta. Per poter tornare a guardare dentro di sé come si faceva da adolescenti bisogna aspettare molti, molti anni: a quel punto è possibile trovare una semplicità incredibile dentro se stessi, un po’ come sta succedendo all’ultimo Neil Young. Non voglio dire che riscriverei alcuni dei testi del primo album, perché sono nati così e rispecchiano un momento ben preciso della mia vita, ma è evidente che in essi c’è una certa “vanità da diario”. Non tutti, comunque, perché per esempio trovo che “Abituarsi alla fine” abbia delle buone liriche: parlano di cose molto personali – proprio come “Il bel canto”, del resto – ma ognuno può interpretarle a proprio piacimento. Personalmente adoro quando i testi vengono fraintesi.

Certo è che oggi non capita tanto spesso – se non nell’hip hop, ma con modalità diverse – di imbattersi in canzoni che parlano in maniera tanto diretta di problemi come la disoccupazione o il dritto alla casa.
Uno dei momenti di svolta in questo senso è stato l’ascolto, qualche anno fa, di un disco degli Uochi Toki: non tanto per le tematiche in sé, ma per la capacità di dire certe cose mettendo in ridicolo se stessi e gli altri a tal punto da far sembrare impossibile confutarli o attaccarli. In Universal avevano paura che si ripetesse l’esperienza di certi gruppi politicizzati degli anni 90, e un testo come quello di “Diritto al tetto” li preoccupava un po’. Ora invece che tutto si è sfasciato penso ci si possa impegnare nuovamente senza diventare per forza un gruppo da Festa de L’Unità o da centro sociale.

Un’altra differenza tra i due dischi è che ora i suoni hanno molte più sfumature, e le influenze sembrano più diversificate.
Entro una certa misura si tratta di qualcosa che era in noi fin da subito, ma non potevamo permetterci di far venire fuori. Anche solo a livello di mera strumentazione. Non avevamo fonico, e spesso suonavamo in locali con impianti pessimi e senza spie: per questo gli arrangiamenti del primo disco erano di un certo tipo, costruiti su passaggi in cui basso, chitarra e batteria suonavano di fatto le stesse cose. Quando sei su un palco di merda con strumenti di merda, l’unico modo per far uscire bene qualcosa è che tutti suonino la stessa parte. Adesso che le cose vanno un po’ meglio almeno in studio possiamo permetterci di fare cose un po’ più varie.

Cosa mi puoi dire invece riguardo agli intermezzi “etnici” che si trovano tra una canzone e l’altra?
Da sempre la nostra volontà è quella che in un disco non vi siano pause tra un pezzo e l’altro. Una volta deciso che il titolo dell’album sarebbe stato “Tempi bui” ci siamo chiesti cosa avremmo potuto usare per legare le canzoni tra di loro. Essendo un lavoro molto sincero, per molti versi ha finito per essere anche molto “milanese”, e la mia Milano, quella in cui vivo, è la Milano dell’Isola, piena di persone di etnie e provenienze delle più diverse. I canti che si sentono tra un pezzo e l’altro appartengono alla tradizione orale, e seguono un’idea di mondo e una velocità diversa da quella delle nostre vite quotidiane. Le versioni che si sentono sul disco sono state suonate interamente da noi e insieme a due musicisti napoletani. Anche perché poi in un pezzo come “Il futuro è una trappola” questi canti diventano parte integrante della canzone, e il risultato è molto bello, almeno per noi.

Cambiando completamente discorso, e riallacciandoci alla stretta attualità: se vi proponessero – come è successo agli Afterhours e prima di loro ai Subsonica – di andare a Sanremo accettereste?
A dire il vero una mezza proposta c’era già stata, e nello specifico la canzone avrebbe potuto essere “Il bel canto”, ma noi non eravamo proprio dell’idea, e la cosa è morta lì. Se ce lo richiedessero la nostra risposta sarebbe ancora no. Il fatto è Sanremo è la televisione e basta: non esistono fenomeni di piazza o su Internet legati a esso. Parlarne significa riconoscere una vita e una salute al medium televisivo che io personalmente non vedo. Specie tra le persone della mia età, trovo che sia un mezzo di comunicazione in punto di morte. Mi ricordo quando a metà degli anni 90 andai in America e vidi che lì le videocassette erano state soppiantate dai DVD: non credevo che lo stesso sarebbe potuto succedere anche da noi, ma i fatti mi hanno smentito. Allo steso modo, là sono anni che ci sono sia la TV “normale” gratuita che quella via cavo, con la quale ognuno paga solo per ciò che effettivamente vuole vedere. La mia impressione è che anche qui ci si stia muovendo in una direzione simile, e mi chiedo che senso abbia riporre fiducia, forze e messaggi in Sanremo: mi pare un’idea vecchia. Negli anni 90 era una cosa un po’ diversa, e infatti apprezzai molto ciò che fecero i Subsonica. C’è poi da dire che per andare su un palco simile serve una preparazione tecnico-musicale che nella scena indie italiana è pressoché sconosciuta. Forse dovremmo tutti imparare a suonare per davvero e a cantare intonati piuttosto che perdere tempo a fare proclami, perché altrimenti non possiamo definirci davvero dei musicisti. Poi, chiaro, ci sono personaggi come Vasco Brondi la cui visione artistica è avulsa da tutto questo, ma come lui ce ne sono davvero pochi.

Cosa c’è nel futuro dei Ministri, ora che il disco è uscito? Concerti?
Sicuramente più concerti possibile, almeno fino a settembre. Tra poco uscirà il video di “Bevo”, seguito da quello de “Il bel canto”. Più avanti, poi, vorremmo riprendere a fare azioni di piazza, cosa che abbiamo sempre fatto. Ci piacerebbe anche organizzare cose per gruppi più giovani di noi, perché è ai giovani che dobbiamo parlare, non ai trentacinquenni.

Contatti: www.myspace.com/ministri

Aurelio Pasini



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