Fuori Dal Mucchio Numero Marzo '09
A cura di Federico Guglielmi e Aurelio Pasini

Municipale Balcanica

Municipale Balcanica

Il secondo episodio nella carriera della Municipale Balcanica, “Road To Damascus” (Felmay/Egea), è un elogio del viaggio: arie klezmer, coinvolgenti contrappunti bandistici degni di una brass band. Ne abbiamo parlato con Nico Marziale, percussionista dello scoppiettante ottetto pugliese.  


Il vostro lavoro sembra dirci che si viaggia non tanto per la meta, quanto per il viaggio stesso. Qualcuno ha detto: “per la stessa ragione del viaggio: viaggiare”.

Per noi così avventurosi è sicuramente importante godere del percorso, ma anche capire da dove partiamo, le motivazioni per intraprendere il cammino, e quanto lontano vogliamo arrivare. Il viaggio in sé ha la sua poesia perché è fatto non solo di fatiche ma anche di incontri, ma la volontà di raggiungere una meta, e ciò che essa promette, fa sì che le energie non vadano disperse.

Perché Damasco? 
Damasco univa le suggestioni di una meta reale a quelle di un luogo immaginato e mistico. Tutti i suoni che abbiamo incontrato e raccolto pare ci conducano al Medio Oriente: praticamente attraversiamo la Puglia, quindi i Balcani, l’Europa più orientale ed esotica fino alla meta di Damasco. La “Via di Damasco” è proverbiale perché San Paolo vi ebbe una visione e cambiò vita, divenendo da persecutore ad apostolo… per noi questo riferimento biblico ha significati non solo religiosi. La via di Damasco è un luogo di rivelazioni, sorprese, cambiamenti… e questo album ne è pieno!
 
Nello statuto della vostra band c’è quello di mettere insieme le sonorità orientali del klezmer e dei Balcani con la musica popolare del meridione italiano e pugliese. C’è un luogo - geografico, ideale, musicale - in cui questa fusione avviene?
Noi veniamo da una Puglia in cui abbiamo sperimentato che l’integrazione tra uomini e culture è possibile, e che può essere un processo naturale che può avvenire senza violenza e senza retorica. La filosofia di bande lontane e diverse, sia che appartengano alla tradizione pugliese (da cui proveniamo), a quella klezmer o balcanica, è una: accompagnare i momenti di incontro della comunità. La comunità prega, festeggia, e fa pure baldoria, sempre con una banda che catalizza le energie della collettività con il ritmo. Quindi, più che un luogo, c’è un momento che rappresenta questa fusione: quello della festa in piazza.

Torniamo indietro di un attimo. Con l’uscita del primo disco avete compreso che la strada intrapresa era quella giusta? Cosa vi ha convinto?
Durante la lavorazione e la pubblicazione di “Fòua” ci ha incoraggiato la vibrazione che sentivamo quando suonavamo, prima ancora che il riscontro della critica e degli ascoltatori. In quel periodo è iniziata una intensa attività live in cui la risposta del pubblico è sempre stata sorprendente; in poco tempo siamo arrivati a quasi quattrocento concerti. L’esuberanza della Municipale è stata premiata soprattutto perché liberava l’esuberanza del pubblico, che non è spettatore, ma  parte di quel rito che inizia quando la banda inizia a suonare. Ora in “Road To Damascus” il nostro suono è più ricco, sintetico e massiccio anche perché abbiamo lavorato su quello degli inizi così sovrabbondante e pieno di eccessi.

C’è qualche musicista che alimenta più di altri la vostra musica? Da chi vi sentite influenzati?
Tanti musicisti influenzano profondamente il nostro approccio alla musica anche più che la musica stessa, quindi non è strano se tra le influenze, oltre alla tradizione delle bande di paese, ci sono l’Amsterdam Klezmer Band , la Kocani Orkestar, la Banda Osiris, De André, Carlo Actis Dato, Richard Galliano, Yann Tiersen e vi citeremo anche  Miles Davis, Bosso, Coleman, Steel Pulse, Black Uhuru, PFM, Ska-P, Mötley Crüe, Jeff Beck, Rage Against The Machine e sicuramente Capossela.

Nel disco ci sono tre brani tradizionali. Come scegliete le composizioni tradizionali da reinterpretare?
Noi facciamo una gran ricerca sulla tradizione, ma quando si tratta di scegliere preferiamo quelli che emotivamente ci piacciono di più, con la storia che ci intriga di più. Ad esempio “Kolomeika”, una danza di nozze ucraina. Ci è piaciuta subito perché ha dei tempi bellissimi che paiono proprio raccontare una festa di nozze, dalla cerimonia ai festeggiamenti scatenati. “Artigiana di Luma” è il brano orientale per eccellenza, che abbiamo ascoltato da tanti musicisti albanesi. È anche questa una melodia bellissima, con un ritmo suadente, a cui abbiamo aggiunto una sezione ritmica meno fluttuante e più “spinta”. “Usti, usti baba” rappresenta per noi un feticcio. È un brano che dapprima abbiamo amato dalla Kocani Orkestar, e che dopo abbiamo avuto modo di suonare direttamente con loro in un bellissimo concerto in un festival curato da Moni Ovadia. Da allora “Usti, Usti Baba” e divenuta nostra, in una versione più elettrica.

Anche la scelta di “Contessa” dei Decibel merita una spiegazione…

È una bellissima canzone, piena di stupende frasi musicali! Anche se abbiamo parlato seriamente di tradizione, abbiamo un background musicale molto ampio ed eterogeneo. I Decibel hanno cercato di portare nella cultura musicale italiana di massa il punk e le sue rivoluzioni. Noi siamo una sorta di banda in evoluzione, amante dei rinnovamenti, e riproporre Contessa è il nostro tributo, divertito ma serio, a chi voleva portare addirittura al Festival di Sanremo una novità travolgente.

Se poteste contare sulla collaborazione e produzione di un mostro sacro, a chi vi affidereste?

Rick Rubin! O per quelli di noi più amanti del suono indie ti direi Steve Albini. Dovendo sognare sogniamo in grande, e qualcosa di molto lontano dal sound cui siamo arrivati. Siamo una curiosa banda che sogna Damasco, quindi nessun bel progetto è troppo fuori contesto per noi! Quelli con cui siamo sulla stessa lunghezza d’onda sono forse Aires Tango, Galliano, Yann Tiersen, Balkan Beat Box, e soprattutto Capossela…

Come si mettono d’accordo, prima che tanti strumenti, tante teste? Come funzionano le dinamiche tra di voi, interne al gruppo?
Le decisioni importanti vengono prese magicamente all’unanimità, per tutto il resto si litiga. Il più delle volte ridendo. Siamo amici di vecchia data, il nucleo dei fiati ha passato l’infanzia insieme, a suonare nella banda del paese, quindi affrontiamo tutto in grande confidenza. A livello artistico le proposte passano attraverso la prova decisiva del suono, e capiamo più o meno immediatamente se qualcosa ci sta bene o no.

Contatti: www.municipalebalcanica.com

Gianluca Veltri



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