A cura di Federico Guglielmi e Aurelio Pasini
Kiss Me Emily
Uno spirito vagamente retrò si scontra e si fonde con la dichiarata apertura verso il più attuale panorama musicale internazionale. Questi sono, in una manciata di parole, i Kiss Me Emily, da pochi mesi sul mercato con l’album d’esordio “All In One” (Forears/Family Affair). Per conoscere meglio il progetto musicale e le ispirazioni artistiche della band forlivese abbiamo intervistato la “voce” della band, Nicola Rosetti.
Una necessaria contestualizzazione: avete alle spalle anni di intense esibizioni live ma, esattamente, quando e come nascono I Kiss Me Emily?
La band nasce nel 2003; abbiamo esordito in estate, in un concerto all’aperto. Veniamo tutti da esperienze musicali diverse che si intrecciano, abbiamo condiviso esperienze comuni, da cui sono nati per caso i Kiss Me Emily. Insieme inizialmente per inseguire gli esotismi musicali del momento, muovendoci lentamente verso un sound personale. L’amicizia è stata significativa per la genesi del gruppo, ma non vincolante, e l’obbiettivo era la produzione e la realizzazione musicale, anche se probabilmente all’inizio tutto era ancora molto annebbiato.
Come si è sviluppato il legame con la label fiorentina Forears e in che misura questo incontro ha influenzato o modificato (o magari lasciato intatto) il vostro stile musicale?
Sempre per caso abbiamo conosciuto Daniele Landi e i ragazzi di Forears. La casualità e la fortuna hanno giocato un ruolo chiave nella nostra esperienza. Una serie di conoscenze e di contatti ci hanno portato da Forlì a Pistoia, poi a Roma, fino a sbarcare a Firenze, dove abbiamo condiviso uno dei momenti più importanti della nostra carriera musicale. Per noi era la prima volta in uno studio, avevamo già fatto esperienza, ma si trattava di piccole occasioni, registrazioni di EP o brani singoli. Considero il tempo trascorso a Firenze per realizzare l’album un grande investimento, mi ha insegnato e ci ha insegnato molte cose, ci ha messo in guardia, ci ha spaventato ma ci ha anche fatto crescere. Daniele ha raddrizzato le mie idee, gli ha dato una forma più armoniosa, insieme abbiamo smussato gli spigoli della materia, ancora grezza. È stata una cooperazione molto produttiva, a mio avviso. Il nostro genere era già cambiato prima di entrare in studio, la produzione artistica ha fatto il resto.
Da Forlì al Regno Unito: lo scorso ottobre avete presentato “All In One” a Manchester, a In The City Festival (bella performance, ho avuto modo di vederla su YouTube). Come avete vissuto questo evento di respiro internazionale? Qual è il dettaglio che vi è rimasto maggiormente impresso?
Suonare all’estero è stato emozionante. Quando Daniele mi ha chiamato, una mattina (stavo ancora dormendo), dicendomi che eravamo stati selezionati per partecipare alla manifestazione inglese, non gli ho creduto. Abbiamo dato il massimo, siamo rimasti soddisfatti, abbiamo ricevuto consensi da un pubblico difficile… e ci siamo accorti dei nostri limiti, a contatto con quell’universo, dove la musica realmente funziona, e chi la crea lo fa con consapevolezza. È stata un’esperienza unica, formante, socialmente utile, ci ha unito, ci ha reso un vero gruppo. Nonostante la lingua, la tensione, la paura di fallire, i ragazzi presenti ci hanno supportato: mi è rimasto in mente un inglese che uno dei giorni seguenti mi ha inseguito e mi ha fatto i complimenti, dicendomi “non è facile far muovere gli inglesi, siete forti”.
I vostri brani sono un sapiente mix di indie rock e suggestioni tratte dalla scena synth-pop inglese dei primi anni Ottanta. Quali sono i vostri principali punti di riferimento musicali? Mi puoi citare un gruppo in particolare a cui vi siete ispirati?
Le fonti di ispirazione sono tante. Ognuno di noi ascolta musica diversa, che molte volte non coincide affatto con quello che creiamo. Ci paragonano spesso a band che noi non abbiamo mai ascoltato, e questo penso sia un buon segno. Non vorrei essere retorico, però già da tempo abbiamo lasciato da parte l’emulazione. Siamo nati come cloni ma, anche se lentamente, ci siamo staccati dalle orme degli altri. I riferimenti e le allusioni, i rimandi e gli omaggi sono spesso involontari e inevitabili, ma come punto di partenza c’è la prerogativa di unicità, utopica forse, ma costante. Credo di avere ascoltato tutti i generi musicali, e questo vale anche per i miei compagni. Per quanto mi riguarda vivo una stasi musicale che mi impedisce l’ascolto disinvolto, ma cito qualche ascolto che ha significativamente influito ai tempi della genesi dell’album: The Killers e Bloc Party.
Vocazione internazionale e testi in inglese. I vostri lavori sembrano dedicati a un pubblico europeo più che esclusivamente italiano, mi riferisco in particolare a brani come “Dance”, “Be There” o “I Ain't Looking”. In definitiva, a chi vi rivolgete? Qual è il vostro target reale?
L’inglese è musicale, io credo nel messaggio armonico piuttosto che lirico, ho bisogno di un testo che non rallenti, non ostacoli il dispiegarsi delle note. La nostra lingua non lo permette, o io non so usarla nel modo giusto. La musica è per tutti, è per la gente, per il pubblico, non importa da chi è formato.
Da più parti, in molte recensioni, la vostra musica è stata definita “semplice”, “orecchiabile”, “leggera”. Come rispondete a questi giudizi?
La nostra musica è così. Sorrido quando leggo questi aggettivi in accezione tendenzialmente negativa, come se limitassero la potenzialità del suono e del messaggio. La semplicità è complessa da ottenere, è lo stadio successivo, se si segue una certa direzione. Dietro alle poche note, alle costruzioni lineari c’è ovviamente molto di più, dovrebbero permettere l’approccio sia dell’orecchio superficiale sia di quello più esigente. E i ritornelli, insistenti, orecchiabili, fanno da collante, ampliano lo spettro di ricezione. È un modo di affrontare l’esigenza artistica e culturale della musica, opinabile, che unisce all’istintività l’analisi.
Molto interessante l’artwork del disco, le fotografie e il vostro abbigliamento tutto bretelle e colori improbabili. Mi sembra che nel vostro apparire pubblicamente ci sia una certa cura per il look e una particolare attenzione verso l’immagine…
L’immagine è importante, l’apparenza è importante. La nostra musica è semplice, leggera. Siamo coerenti. Scherzi a parte, è stato molto divertente farsi fotografare, fare finta di essere delle star, travestirsi, atteggiarsi… Non basta più fare belle canzoni, la sostanza conta sempre meno. Bisogna stupire, o per lo meno, darsi un tono.
Che ruolo riveste, nella vostra attività di musicisti, la dimensione live? È più importante registrare bene un disco o saperlo eseguire sul palco catturando l’attenzione del pubblico?
Suonare le mie canzoni sul palco è una delle poche cose rimaste che mi fanno emozionare, perdere il contatto con la realtà, vivere in un’altra dimensione. E credo questo valga anche per gli altri ragazzi. Lo studio è un’esperienza divertente, stancante ma a cui non rinuncerei mai. Direi che sono entrambe importanti.
Quali saranno i vostri prossimi passi? Volerete nuovamente in Europa o vi concentrerete sul territorio nazionale? State lavorando a nuovi progetti artistici, video o collaborazioni?
Sarebbe bello suonare di nuovo in Europa. Ma siamo una piccola realtà, siamo felici di avere quello che per ora ci spetta, suoniamo in Italia, ci divertiamo. Stiamo lavorando sulla realizzazione di un videoclip, io continuo a scrivere, insieme impastiamo e cerchiamo di dare forma a nuove visioni.
Contatti: www.myspace.com/kissmeemilymusic
Federica Cardia
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