A cura di Federico Guglielmi e Aurelio Pasini
Ned Ludd
I romani Gianluca Spirito e Gianni Di Folco tornano dieci anni dopo il debutto a nome Ned Ludd con un album folk ricco di ospiti italiani e stranieri e incentrato sulle problematiche del lavoro. Per saperne di più sulle storie di soprusi quotidiani e volontà di sopravvivere in situazioni al limite raccontate in “Lavoro e dignità” (autoprodotto/Goodfellas) abbiamo intervistato i titolari del progetto.
Ned Ludd è un nome piuttosto impegnativo, che si presta a interpretazioni fuorvianti e limitative, ma voi ci tenete a sottolineare con particolare vigore l'accezione umanitaria e non nichilista della scelta.
Ned Ludd è un nome che non ha bisogno di traduzione, indica precisamente quello di cui amiamo cantare e cioè i rapporti di lavoro tra uomini e la possibilità di intendere il lavoro in maniera diversa. I ludditi rivendicavano un mondo regolato attraverso il rispetto del giusto prezzo da pagare ad ogni lavoratore per la sua opera. Naturalmente, per quel che ci riguarda, non pensiamo oggi di andare di notte a bruciare telai, o computer, ma ribadiamo il diritto ad essere trattati in maniera dignitosa per il lavoro che svolgiamo. Chi non conosce la storia del Luddismo in Inghilterra oggi lo vede come un movimento di ingenui retrogradi lanciati contro l'inevitabile progresso (non si parla così anche di quei sindaci che si oppongono alla TAV?). Noi preferiamo riferirci a Ned Ludd come all'inizio di quel movimento che ha lottato per un mondo più giusto.
Il vostro primo lavoro risale a dieci anni fa, cosa è successo in tutto questo tempo, partendo dal presupposto che non avete mai considerato, mi pare di capire, la musica come una forma di carriera?
Tra i nostri 2 CD ci sono stati 3 figlie, 2 governi Berlusconi e la speranza di non dover tornare a cantare delle stesse cose. Oggi purtroppo quello che denunciavamo 10 anni fa si è avverato e pensavamo fosse il momento di dire di nuovo la nostra. Una volta garantito il pane alle nostre famiglie, con il nostro lavoro giornaliero, ci piace dedicare il nostro tempo alla musica sia in qualità di ascoltatori che in qualità di musicisti che vogliono esprimere le proprie idee su quello che accade. Questo comporta tempi più lunghi per realizzare nuovi progetti. D'altra parte , però, la scelta di autoprodurci ci offre la libertà di fare musicalmente ciò che vogliamo senza compromessi.
Come avete assemblato il team allargato che ha lavorato alle registrazioni di questo disco, una specie di "Internazionale folk"? Come avete contattato gli ospiti "stranieri"?
L’idea musicale di questo cd era quella di fondere la musica tradizionale celtica con quella popolare italiana, mantenendo il nostro spirito rock. Abbiamo quindi attinto da queste aree musicali per dare forma alle nostre idee. Musicisti provenienti da tutte le parti d’Italia, a rappresentare una unità che vogliamo contrapporre alle stupide divisioni che sempre più si evidenziano nel nostro paese, e musicisti stranieri, fini interpreti nel loro paese della musica celtica. Ogni anno , a gennaio, andiamo a Glasgow per il festival di musica “Celtic Connections” e qui abbiamo conosciuto la cantante Karine Polwart, quattro BBC Awards nel 2004 e 2006, suo marito Matt Foulds, batterista e produttore canadese e Aidan O’ Rourke, violinista tra i più stimati in Scozia. Tutti e tre si sono prestati in grande amicizia a venire a Roma e a suonare e cantare per noi. Abbiamo contattato il suonatore di pipes Tiarnan O’ Duinnchinn tramite i ragazzi che organizzano il festival di musica irlandese a Roma per avere il suono delle uilleann pipes. Essendo anche appassionati di musica folk dell’ area scandinava, abbiamo contattato via MySpace lo svedese Matti Norlin, che con ghironda e nickelarpa è stato con noi 4 giorni a Roma. Un grande regalo ci hanno fatto i fratelli Severini e Massimo Ghiacci dei Modena City Ramblers, i quali dopo averci spronato a realizzare “Lavoro e dignità”, hanno partecipato anche come musicisti. 35 musicisti per 6 mesi di registrazione coordinati dalla sapiente regia di Mauro Munzi, che ha curato le riprese e i missaggi del CD e ci ha aiutato in maniera determinante anche negli arrangiamenti.
Come sono nati i pezzi? In base all'urgenza del tema oppure sono storie e considerazioni che avete raccolto in tutti questi anni?
Quello che viviamo oggi sul posto di lavoro è purtroppo fonte di ispirazione quotidiana per nuovi brani. Ogni tanto mi telefona qualche amico e mi dice “senti che mi è successo……dovresti scriverci una canzone”. Queste storie sono così assurde da sembrare inventate. La voglia di rappresentare il dramma di chi è messo in cassa integrazione o licenziato ci ha portati a concepire questo cd come un concept album sul lavoro e sulla dignità. Alle nostre composizioni originali abbiamo aggiunto “Sesto San Giovanni” dei Gang, che riteniamo la più bella working song scritta in Italia, e “Un altro tipo di canzone d’amore” del cantautore scozzese Dick Gaughan, che spiega perché parliamo di certi temi.
Ho letto un lungo articolo sul vostro disco apparso sul “Morning Star”, storico quotidiano di sinistra britannico. L'Italia si è già arresa all'assenza di un dibattito sui temi di lavoro e dignità? Sembra incredibile ma ogni giorno muore almeno una persona sul posto di lavoro, e tante altre subiscono stress per la mancanza di sicurezza e certezza del futuro. Il sindacato non ha ancora proclamato uno sciopero generale sul lavoro. Ai nostri colleghi giovani viene consigliato di non scioperare e loro stessi , oramai, vedono chi sciopera come un “fannullone”. Oggi trattare questi temi, anche con i colleghi, è quasi impossibile. Combattere per la propria dignità non è più così facile e scontato in Italia.
Quando avete iniziato era in corso in Italia una ripresa del folk più combattivo, non legato in maniera vincolante ai settori più tradizionali di quell’area musicale. Qual è il vostro punto di vista sull'evoluzione del fenomeno? Qual è lo stato attuale di salute del "combat folk" in Italia, sempre che la definizione (la intendo nel modo più ampio possibile) abbia (ancora) un senso?
Pensiamo che sia i Clash con “Combat Rock” che i Modena City Ramblers con il loro combat folk si siano riferiti ad uno stato d’animo più che ad uno stile. Joe Strummer, a cui abbiamo dedicato il nostro cd, riteneva i Pogues i nuovi Clash. Oggi pensiamo che ci siano grandi gruppi e solisti, in Italia e all’estero, che esprimano bene questo stato d’animo, cambiando continuamente linea musicale , ma tenendo ben presente il tema di contrapposizione culturale al potere. Inserire ritmi che appartengono al paese di origine, più che al folk rock internazionale, è forse la strada più innovativa per questa definizione a cui siamo molto legati. Ciò non toglie, comunque, il piacere che proviamo nel sentire nuovi gruppi che esprimono le loro idee seguendo le orme dei Pogues e dei Modena City Ramblers.
Contatti: www.nedludd.it
Alessandro Besselva Averame
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