A cura di Federico Guglielmi e Aurelio Pasini
N.A.N.O.
I pregiudizi sono fatti per essere dissolti. Ad ascoltare i suoi dischi, l 'ex C.O.D. Emanuele Lapiana sembra sempre - come dire? - depresso ed incontentabile. A parlarne di persona, invece, tutto cambia. È una persona disponibile, alla mano e anche allegra; non si prende troppo sul serio ed è capace di ironizzare anche sul suo passato pieno di delusioni. L'atmosfera ideale per parlare della sua nuova avventura - N.A.N.O. - e del suo nuovo disco, "Mondo madre" (Fosbury/Audioglobe).
Cominciamo con una domanda banale ma necessaria. Ci racconti - soprattutto per quelli che ci leggono e non hanno seguito la vicenda - la fine dei C.O.D.?
In breve, i C.O.D. tra il 1998 ed il 2001 hanno vinto tutti i concorsi per band emergenti possibili, suonato con Skunk Anansie, inciso un CD e un EP per una major. Problemi di salute e personali ci costringono a cambi di formazione continui. Nel 2001 litighiamo con la major di cui sopra per dei provini che diventano poi il disco "Preparativi per la fine", uscito nel 2005 per Fosbury. Poi ho deciso che era giusto fermarsi (ride, NdI).
"Preparativi per la fine", comunque, è stato un piccolo successo, nonostante tutte le vicende che hai raccontato. Non avete pensato di continuare? O era giusto finire e ricominciare?
Sono stati proprio il successo e l'onda emozionale che hanno accompagnato il disco che mi hanno fatto optare per la "sospensione" del gruppo. Pur essendo felicissimo dell'accoglienza riservata al disco, la "minestra riscaldata" non è proprio nelle mie corde e, ad essere un po' paraculo, avrei potuto utilizzare la sigla anche per "Mondo madre". Avrei trovato immediatamente etichetta e distributore. Ma fondamentalmente per me i C.O.D.. sono stati una storia umana, prima che musicale: la formazione originale del gruppo è composta da tre dei miei migliori amici di sempre. Nel corso degli anni, problemi di salute e personali hanno costretto la formazione a continui cambi ed io, purtroppo, non sono mai stato capace di accettare i nuovi membri come "effettivi". In più, il "suono" dei C.O.D. cominciava ad essere un po' troppo "predeterminato", ad avere una fisionomia così ben definita che mi sentivo quasi costretto a cantare, suonare, produrre le canzoni in un certo modo. Insomma, in sala prove ed in studio non ero mai soddisfatto dei risultati, frustrando le persone intorno a me e creando un clima dittatoriale molto proficuo se vuoi, ma senza futuro umano. Ho quindi deciso che era il momento di mandare tutti a casa e voltare pagina. Sentivo lo spettro Nomadi che mi gracchiava sulla spalla...
Prima C.O.D., ora N.A.N.O.. Come mai questa passione per gli acronimi? Cosa c'è dietro?
L'acronimo è di gran moda ultimamente, ma io ne abuso da sempre. È un vezzo estetico, la voglia di rappresentare tante cose insieme preservandone un po' il mistero. Mi pareva bello mantenere l'acronimo come unico tratto di congiunzione tra il mio passato ed il mio presente.
Il progetto è completamente solista, anche qui, hai seguito una necessità personale ben precisa. Quali stimoli ti spingevano a metterti così in gioco, completamente in solitaria?
Libertà e sperimentazione innanzitutto, e la voglia di non chiudersi in stilemi. In solitaria ho potuto mettermi alla prova a 360 gradi alla ricerca di un linguaggio, se vuoi, di un'originalità autentica, e non derivativa. Visto che il panorama attuale della musica pop è molto citazionista e superficiale, ho fatto la musica pop che mi piacerebbe ascoltare.
Un verso che ho trovato molto illuminante, soprattutto detto da uno che ha avuto le tue esperienze, è in Canzone di cemento armato, quando dici: "l'industria discografica italiana e allo sbando ed io non sono affatto giù". Uno sfogo o una riflessione realista? Io sono assolutamente d'accordo, secondo te come mai siamo arrivati a questo?
Scarsa capacità imprenditoriale. Scarsa lungimiranza nel capire, credere ed organizzare i repertori e gli artisti. Ma come si fa a non capire che un artista valido supportato negli anni potrebbe diventare il tuo "vendicofanetti natalizi forever"? L'unica etichetta italiana che pare ragionare in questi termini sembra essere la Sugar che, guarda caso, non è una major (almeno non nel senso tradizionale del termine) e sta andando benone. Quindi come posso essere giù se gente che non sa fare il proprio mestiere smetterà di farlo? È fantastico. Tutti a casa. Yeah!
Sempre nella stessa canzone dici: "la musica italiana non mi piace da quando mi piaci solo tu": uno squarcio di speranza?
Io sono sempre molto ottimista nel mio pessimismo cosmico. Realtà piccole e combattive si stanno prendendo delle belle soddisfazioni calcando terreni diversi, originali, ed inediti per la nostra scena musicale. Quello che trovo sconcertante è vedere quanto fastidio dia il successo di una band agli altri. Mi vengono in mente i Baustelle, gli Offlaga Disco Pax e ultimamente i Canadians. Ma è così grave avere un riscontro? E, guarda caso, chi si lamenta raramente si firma, dopo avere coperto di insulti i gruppi di cui sopra nei blog. È assai triste.
Il disco è uscito per Fosbury, l'etichetta che ha creduto a Preparativi per la fine, una "nuova vita" iniziata nel modo più naturale possibile. Com'è il vostro rapporto?
Dal punto di vista umano è spettacolare. Con loro io mi sento bene, a casa, e ci vogliamo bene. "Mondo madre" non ha fatto che rafforzare il nostro legame e sono grato per la mano che mi hanno dato. L'etichetta ora è in una fase di transizione credo: i "vecchi" cominciano ad avere troppi pannolini e responsabilità per seguire l'etichetta come agli albori. Vedremo se i nuovi saranno all'altezza: me lo auguro di cuore perché sono stati dei veri pionieri del DIY, e sono tutti persone speciali.
Sul tuo sito presenti il disco con queste parole: "passato gli ultimi tre anni a registrare rumori di fondo, scrivere racconti e suonare su computer portatili, collezionato miglia e pasti aerei". E' una considerazione molto personale anche se hai deciso di renderla pubblica, dove nasce questa necessità empirica?
Viaggiare da non turista in posti molto lontani culturalmente è un bagno di umiltà. E mi ha riempito di sensazioni, parole, impressioni. Vedere l'Italia da lontano, con mezzo paese nelle mani della criminalità organizzata fa impressione. Viverlo qui è differente, sei abituato, ti pare quasi una cosa normale. I cinesi e gli indiani sanno molte più cose sulla nostra cultura di quanto sappiamo noi delle loro. Mi sono reso conto di quanto la mia/nostra educazione sia invece europacentrica, o westcentrica se vogliamo. La superficialità con cui ci approcciamo a quelle culture è un delitto contro l'umanità, secondo me. Conoscere il piccolo mondo moderno è un dovere, anche per ricominciare ad apprezzare le nostre splendide radici.
Sempre su sito descrivi N.A.N.O. come: "la piccola cosa dentro", quindi non è un progetto pianificato? O va intesa più come una necessità inconscia da soddisfare ad intervalli periodici? Insomma, come puoi vedere il futuro di questa "piccola cosa"?
Il N.A.N.O. è mio figlio che mi guarda severo e sorridente dallo specchietto retrovisore. E' la mia parte esploratrice, la mia voglia di rischiare, di dirla tutta, di diventare adulto e smettere con le lamentele tardo adolescenziali. È quindi direi una fase della mia vita, non pianificata ma vissuta pienamente. La base rimane comunque Emanuele Lapiana, sia nei C.O.D. che nei Lovecoma che vestito da N.A.N.O.. Per il futuro più o meno prossimo voglio continuare a fare cose che mi piacciano, senza dare troppi punti fermi agli ascoltatori.. mi piace tenere i miei ascoltatori svegli, tonici. Lasciare un po' indietro il laptop, per riprendere in mano la chitarra-badile ed organizzare un'orchestra di mandolini sonici potrebbe essere un'idea.
Contatti: http://www.ilnano.it/
Hamilton Santià
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