Fuori Dal Mucchio Numero Marzo '07
A cura di Federico Guglielmi e Aurelio Pasini

Kech

Kech

Spigliati e sbarazzini come la loro musica, i Kech hanno pubblicato un freschissimo terzo album. "Good Night For A Fight" (Black Candy/Audioglobe) prende un po' le idee migliori finora espresse dalla band lombarda e le porta verso una nuova forma di pop. Abbiamo parlato di tutto questo con Giovanna e Pol, rispettivamente voce e chitarra del quintetto, tra Milano e New York.


Per il terzo disco avete deciso per un approccio "casalingo". Avete registrato tutto per conto vostro. Come mai? Volevate prendervela con comodo ed avere tutto il tempo a disposizione? Per quanto si sono allungate le registrazioni?
Pol: Sì. Un po' per la comodità di disporre a nostro piacimento del tempo, bene prezioso quando la musica è solo un hobby da affiancare al lavoro. Le registrazioni sono iniziate verso lo scorso aprile e si sono protratte fino a novembre 2006. Non siamo stati come gli Strokes che hanno registrato "Is This It" in una settimana ma neanche come i Guns N'Roses che ci hanno messo undici anni per "Chinese Democracy". Diciamo una ragionevole via di mezzo...
Giovanna: L'idea di poter avere i nostri tempi ci piace assai, anche perché lavoriamo e i tempi sono spesso quelli che sono. Poi se una sera sei stanca o se la voce non é al massimo, non sei obbligata a registrare perché hai pagato uno studio. Poi però c'è davvero il rischio di metterci una vita e non finire mai. Ma tutto sta nella ragione e misura.

Anche questa volta non avete usato produttori esterni. Come mai avete sempre deciso di fare voi? Credete che un confronto con una persona fuori dalle logiche della band non possa aiutare o semplicemente non ci avete mai pensato?
G: In realtà per "Join The Cousins", il nostro secondo disco, avevamo scelto di avvalerci di un vero e proprio studio di registrazione. Max Lotti aveva curato registrazione, mix e produzione, con dei pre-mix di Paolo Mauri (già collaboratore di Afterhours, La Crus e molti altri, NdI). Per questo nuovo lavoro in realtà volevamo fare dei provini noi con Tommaso (bassista della band, NdI) e poi decidere come registrare. I provini ci sono piaciuti e abbiamo continuato su quella strada e siamo soddisfatti.
P: Credo che un produttore debba conoscere bene il gruppo che si accinge a produrre. Deve avere delle intuizioni che diano qualcosa in più alle canzoni che sta registrando, altrimenti limita le sue mansioni a quelle di fonico. E noi "in casa" avevamo già Tommy, che è bravo e ci sgrida sempre quando non accordiamo le chitarre e non suoniamo a tempo.

"Good Night For A Fight" sembra più compatto dei precedenti lavori. Si sente una maturazione e anche il suono degli strumenti pare migliorato molto. È cambiato qualcosa rispetto al passato o si sono solo aggiunti chilometri macinati per strada ed esperienze cui attingere?
P: Direi i chilometri, visto che gli strumenti e gli amplificatori che abbiamo usato per registrare questo disco sono gli stessi che abbiamo usato per "Join The Cousins". Fare chilometri fa bene anche perché in furgone si parla tanto. Noi di "Good Night For A Fight" abbiamo iniziato a parlare quasi due anni fa. Eravamo sulla Cisa, dovevamo andare a Viareggio e poi da qualche altra parte a suonare e c'era una coda pazzesca - come sempre prima dei week end - e per ammazzare il tempo abbiamo iniziato a discutere sulle possibili nuove canzoni.  Il disco è nato così. Poi abbiamo solo dovuto trovarci in sala prove qualche volta a suonare e registrare...

Ecco, i testi. Come nascono? Li scrivete tutti assieme o qualcuno arriva con l'idea pronta e voi ci suonate sopra? Insomma, per fare tre album in cinque anni dovete essere molto prolifici.
G: Normalmente scrivo io tutti i testi mentre i ragazzi, invece, pensano alla musica. Ho delle idee base sul mio quaderno di parole e poi le sviluppo e cerco di capire su che musica possono stare meglio. Mi piace mescolare esperienze vere a idee o situazioni inventate. Mi piace anche creare personaggi a volte: in "Tidoung" ce ne sono tre! Ci sono tante storie che ho scritto ma mai usato e altre canzoni che sono nate solo da due parole, non c'è mai una regola. Per la prima volta in questo disco ho scritto qualche canzone, con Nicola ("First Time" e "Good Night For A Fight") e Tommaso ("Please Don't Say No").

Il raggio sonoro delle canzoni sembra abbracciare più generi musicali. Gli arrangiamenti sicuramente sono più ricchi - in "Please Don't Say No" ci sono addirittura i fiati - Credete che questo possa essere collegato al discorso della maturità o avete cercato di allargare lo spettro per non essere schiavi dei soliti due-tre pezzi indie-rock?
P
: No, non credo che il problema fosse affrancarsi da un modello. Ascoltiamo moltissima musica e non escludiamo mai nessuno strumento quando pensiamo ad un arrangiamento. Poi con ProTools è molto facile, avendo piste e possibilità illimitate. Anzi, quello è quasi un ostacolo, perché poi ti viene sempre la tentazione - specie se registri in casa - di affogare le canzoni sotto una valanga di roba per migliorare il suono. Abbiamo sempre fatto questo errore, e per "Good Night For A Fight" abbiamo cercato di moderarci. Questo forse potrebbe essere considerata maturità, certo. A me però la parola "maturità" - parlando di gruppi - piace sempre poco, perché suona sempre un po' come un epitaffio. I gruppi che arrivano all'ottavo disco sono maturi. Noi abbiamo fatto tre dischi in cinque anni: al massimo siamo arrivati alla seconda media...
G: In realtà anche per "Join The Cousins" avevamo registrato parecchi fiati che poi nei mix abbiamo tolto non lasciato in primo piano, io avevo pasticciato un po' con alcuni strumenti e giocattoli, mentre in questo disco ho "solo" cantato. Non siamo nuovi all'utilizzo di altri strumenti è' solo che in "Good Night For A Fight" ci sta un po' tutto quello che abbiamo sperimentato fino ad oggi e in maniera più evidente.

Ora, nonostante alcuni problemi logistici volti alla vostra conquista degli Stati Uniti, avete in mente di portare l'album in giro? Magari uscire dall'Italia e vedere che aria si respira, chessò, in Spagna o nel resto di un'Europa molto più ricettiva?
G
: Io e Nicola, appena finito il disco, siamo andati a vivere a New York e logisticamente è un po' complesso fare le date di continuo come abbiamo sempre fatto. Quindi ad Aprile torneremo  in Italia per un breve e compatto tour per promuoverne l'uscita. Ora stiamo organizzando quello e poi si vedrà. L'idea di fare qualcosa all'estero rimane. Vedremo dove.

Siete d'accordo con me che in Italia, questo genere di musica, sia sempre relegato al circuito dei soliti quattro gatti e che non ci sono molti modi per uscire da questa situazione? Forse ci si autocompiace di essere piccoli?
P: Sì, il nanismo auto-compiaciuto è sempre stato un problema di certi ambienti off, la storia è vecchia come il mondo. Ma negli ultimi anni mi sembra che le cose siano migliorate, non trovi? Può essere che il vero problema, visto anche come va l’ambito major, sia che davvero in questo momento agli altri gatti di quella cosa che si ascolta con le orecchie e che non è la suoneria del cellulare non gliene freghi semplicemente un cazzo, e che siano appagati dal bouquet Sky, dai pacchetti all-inclusive e dallo scooterone comprato a rate. Non sono così moralista da trovare tutto ciò scandaloso, perché nella storia delle arti periodi simili di stagnazione dovuti a contingenze sociali sono stati molto comuni: probabilmente i nostri figli ci rideranno sopra. Spero per loro, almeno.

Contatti: www.kechworld.com

Hamilton Santià



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