A cura di Federico Guglielmi e Aurelio Pasini
Cheap Wine
"Freak Show" (Cheap Wine/Venus) ci riporta la meravigliosa creatura pesarese dei Cheap Wine e ce la mostra in ottima forma. È un disco solido e ruvido, aggressivo ma non per questo insensibile. Un disco che segna anche i dieci anni di attività del gruppo autoprodotto più longevo d'Italia. Un caso abbastanza atipico di cui abbiamo indagato assieme a Marco Diamantini, voce e chitarra della band.
Oltre ad essere il vostro nuovo disco, "Freak Show" è anche pubblicato a dieci anni dalla vostra prima uscita ("Pictures"). Come giudichi l'esperienza del gruppo fino ad ora? Che aspettative avevate quando avete cominciato e ora dove pensate di "andare"?
La storia dei Cheap Wine è fantastica ed è un miracolo. Non è facile trovare le parole giuste per descrivere quello che ci ha dato e che continua a darci questa band. La musica è la nostra grande passione e siamo riusciti a costruirci un percorso artistico di cui siamo molto orgogliosi, superando con grande determinazione tutte le difficoltà che abbiamo incontrato. Abbiamo un pubblico meraviglioso, capace di trasformare in una grande festa ogni nostro concerto. Personalmente, i Cheap Wine mi hanno salvato la vita e continuano a farlo ogni giorno. Dove pensiamo di andare? Vogliamo semplicemente continuare a suonare le nostre canzoni e a raccontare le nostre storie.
La scelta dell'autoproduzione tout-court resterà una vostra costante? Come mai questa decisione così radicale? Cosa pensate di tutti quei gruppi e artisti (come Graziano Romani) che condividono questa filosofia?
Il nostro CD d’esordio “Pictures” uscì con la Toast e non fu una bella avventura. Da quel momento decidemmo che, in mancanza di proposte davvero serie, saremmo andati avanti con l’autoproduzione e l’autogestione. Da allora, proposte serie non sono mai arrivate. E noi non siamo mai stati ad aspettare e mai lo faremo: andiamo avanti con il nostro progetto, nella massima libertà e indipendenza. Indipendenza vera. Di Graziano Romani abbiamo grande rispetto: lui, come noi, ha scelto di suonare quello che gli piace, come gli va, senza condizionamenti. È sicuramente il modo migliore per mantenere la propria integrità artistica.
La consigliereste anche a chi si sta addentrando in questo mondo? Spesso le etichette propongono condizioni vantaggiose solo per loro e non per l'artista...
Certo! Lo consigliamo con forza alle nuove band, però con l'avvertimento che bisogna lavorare molto duramente e con grande costanza. Ricevo parecchie telefonate da gruppi appena formati che mi chiedono come fare per ottenere attenzione e visibilità: la risposta è che non si può pensare solo a suonare ma ci sono molti altri aspetti che vanno curati e senza motivazioni fortissime è impossibile andare avanti. È un lavoro molto impegnativo e noi facciamo tutto da soli. Internet, in questo, è molto utile. Il nostro sito è ben curato e abbiamo una mailing list piuttosto vasta. È importante tenere aggiornati i fan e gli organi d’informazione sull’attività della band. Credo che il caso dei Cheap Wine sia unico in Italia: non penso esistano altre band con una storia di dieci anni di autoproduzione e autogestione. È dura, ma così ci garantiamo la massima indipendenza e libertà artistica, senza condizionamenti di nessun tipo. E in questo è importante anche il ruolo della Venus che distribuisce i nostri CD nei negozi
Come evidenziato in sede di recensione, "Freak Show" è più monolitico rispetto agli altri dischi. Molto più compatto, ruvido e fisico. Come mai avete deciso di alzare il volume e diminuire le varianti più puramente psichedeliche dei vostri dischi precedenti? Voglio dire, è stato voluto o é venuto tutto così per pura coincidenza?
È nato tutto molto spontaneamente, come del resto era avvenuto per i dischi precedenti. Non calcoliamo mai nulla, non ci poniamo mai degli obiettivi prestabiliti. Le canzoni sono sgorgate così, in maniera naturale: evidentemente, avevamo bisogno di esprimere quel tipo di energia e sonorità piuttosto aggressive.
Leggendo la vostra newsletter, sembra che il disco sia stato accolto bene ovunque. Come si trova un gruppo come il vostro, legato ad una tradizione così estrema dal nostro paese e così "fuori moda" anche per i canoni di certo underground, a girare in lungo e in largo per l'Italia?
Non ci siamo mai posti il problema. Tutte queste menate sul genere, tutte queste etichette che vengono escogitate dai giornalisti ci lasciano indifferenti. "Post" - "pre" - "emo" - "alternative" - "bim-bum-bam" sono tutte stronzate. Così come la presunzione di distinguere roba "vecchia" da sonorità "nuove" o "originali". Cazzate. Esistono solo due tipi di musica: la buona musica e la cattiva musica. Il resto sono cazzate. E noi siamo una rock'n'roll band che non si è mai preoccupata di seguire mode o tendenze. Ce ne freghiamo di quello che è "in" per "certo underground". Vogliamo semplicemente suonare quello che abbiamo nell'anima, quello che ci emoziona, quello che ci piace. Questo è lo spirito con cui affrontiamo tutti i nostri concerti. Siamo indipendenti da tutto, anche dai dettami dei cosiddetti "alternativi".
Oltre a fare concerti in giro per l'Italia per promuovere il disco a cosa state lavorando? Ho letto di tre concerti in Olanda. Com'è la situazione all'estero? Parlando con altre band, sembra che nel nord - sopratutto in Germania, ma anche Belgio e Olanda - ci sia molta più attenzione nei confronti della musica rock, senza razzismi di sorta dovuti al fatto che, nel nostro caso, si sia italiani.
Mi ricollego alla risposta precedente. All'estero ascoltano la musica senza preoccuparsi della nazionalità di chi la suona, né di quelle seghe mentali sui generi. Io, quando inserisco un cd nel lettore, mi chiedo se mi piace o no quello che sto ascoltando: non mi chiedo se è "post" o "pre", se è "in" o "out", se è americano o bulgaro, ma solo se mi piace o no. Questo fanno all'estero ed è per questo che sanno distinguere molto meglio la qualità dalla spazzatura. Tantissime radio negli Stati Uniti, in Inghilterra, in Olanda, in Belgio, in Germania e in Australia trasmettono le nostre canzoni e non si curano certo della nostra nazionalità. Per loro conta la musica. Finché questo non succederà anche da noi, l'Italia resterà un Paese sottosviluppato dal punto di vista della cultura musicale.
Contatti: www.cheapwine.net
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