La mia (prima) Africa


18/10/2011





Malindi - Milano

18 ottobre.

Un senso di dramma pervade la fine dell'estate. Che qui ricomincerà fra meno di due mesi, ma quando cede il passo alla pioggia sembra sparire per sempre. Il cuore piange e sono completamente dentro il nuovo tetro scintillante disco dei Drums, che rovescia nelle mie orecchie alcuni chiodi fissi di questi mesi. La giovinezza, l'ineluttabile fascino degli amori impossibili, lo struggimento che ne consegue, la new wave, il guitar pop, gli Smiths, essereononesserehipsterquestoèilproblema, i bermuda, la fine dell'estate e alcune altre cose.


Ieri siamo entrati al supermercatino italiano di Malindi. La tv era accesa sul tg 1. Dell'Italia abbiamo come sempre visto e sentito cose orribili, il fumo delle cammionette bruciate, la rinascita dei centri sociali in ottica anarco nichilista, le madonne spaccate. Un insopportabile senso di vecchiezza in tutto, dall'oppressione alle forme di protesta.

Qualcuno cambia e su italia uno si vedono facce lesse e intontite a un'uscita sala di This must be the place. Te credo. Quaranta milioni di italiani riescono faticosamene ad arrivare a capire il cinema di Checco Zalone e vuoi che ora facciano pure la fatica di esaltarsi per il più grande regista italiano degli ultimi trent'anni? Nel paese in cui raccontare storie è esclusiva dei fratelli Vanzina? Vuoi che qualcuno si gasi per la zazzera bianca di David Byrne fra una chiappa di Belen e la lucida rassicurante pelata di Bisio? Mi consola l'idea che un uomo arrivi a quarant'anni e faccia il film più importante della sua vita innanzitutto per onorare i suoi eroi musicali. E' una bellissima dichiarazione d'amore alla musica. Mi consola l'esistenza di Sean Penn. Mi consolano i capelli bianchi di Gilles Jacob e l'esistenza della categoria un certain regard a Cannes, il che non mi impedisce di trovare surreale il primo Pozzetto. Quello di io tigro, tu tigri.

Chiusa la parentesi acida mi accorgo che in Africa ho capito di non soffrire delle fobie più comuni. Ho capito di non avere la fobia dei rettili. Mi sono svegliato con un serpente di un metro e mezzo sotto il letto. Verde e tonico come un personal trainer. Ho chiamato l'askari segnalando la cosa. Lui mi ha chiesto di che colore fosse. Gli ho detto verde e lui ha detto che era ok. Ovviamente non ha fatto una piega. Così ho preso una mazza da golf (chi di voi non dorme con accanto una mazza da golf?) e l'ho spinto fuori. Jake The Snake Roberts (come l'ho subito ribattezzato) più spaventato di me ha strisciato via non prima di mostrarsi, lingua biforcuta e sibilante in vista, al mio obbiettivo. House snake. Non morde.

Ho capito di non avere la fobia degli insetti perché più di una volta mi è scorrazzato addosso un orrendo verme dell'umidità. Guscio durissimo fuori e mille piedi mollissimo dentro. Cieco e divoratore di legno marcio.
Se lo tocchi diventa una girella di liquirizia. Vi risparmio la descrizione degli altri venti tipi di vermi, lucertole, pipistrelli e animali mitologici che, ovunque siate, appariranno intorno a voi e non ci sarà isteria che tenga. Staranno lì, cresceranno e si moltiplicheranno e a volte mangeranno a vicenda. E tutto ciò sarà più figo di qualsiasi documentario.

Ho capito di non soffrire di vertigini quando finalmente sono riuscito a salire di sgamo sul tetto di una delle varie villone semi disabitate della zona del golf club. Dall'alto ho visto la piscina vuota dei gay liguri spariti nel nulla. Ho visto i figli della donna che la okkupa giocare sfidando fantasmi nascosti negli alberi. Ho visto uccelli schiantati da chissà quanti mesi trasformati in una specie di opera di Burri, sui tetti incatramati. Ho visto europei obesi e rincoglioniti scivolare sulle piastrelle bagnate. Ho visto muratori kenioti litigare con muratori somali. Ho visto anche l'oceano, per l'ultima volta, e il sole che ha trasformato la pioggia in umidità pazzesca, che non mi mancherà.

L'ultimo giorno me ne sono andato in giro per il quartiere arabo, ho passato la giornata con alcuni amici, a un certo punto ci siamo fatti una foto e ognuno di noi è di una religione diversa e non ha particolare fiducia nelle guerre umanitarie ma l'unico a rischio è Samuel che si fa di crack e ha la faccia da debosciato fisso. E poi dicono che Freud diceva che drogarsi fa passare la depressione.

Rivedo di sfuggita Frida. La ragazza più bella dell'Africa nera. Una femmina a metà fra la regina di Saba e una dentatura da Emmanuelle Beart pre botox. Un paio di gambe da gazzella in un paio di leggings marci da dj di Hoxton. Un culo perfetto da giocatrice di biliardo e uno stile che manco negli anni d'oro di Dazed and Confused. Lo so perchè una sera è entrata al Bob Marley, ha salutato tutti pugno contro pugno, poi ha battuto tre rasta in mezz'ora. Ha ignorato le avances del barista e ci ha chiesto un passaggio, scendendo a Palm Tree, dopo meno di cinquanta metri. E quando le è suonato il telefono aveva un pezzo di I blame Coco. Che taglio, madonna santa!!!

Partiamo di notte. Fuori dal Fermento ci sono solo puttane e italiani sfatti in ciabatte. Rivedo i minareti che ho amato. In fila per il check in vorrei che qualcuno gridasse 'Italia!' e tutti si girassero gridando 'Uno!!!!' e poi partisse una raffica di mitra. In volo guardiamo Black Swan. Attori bravissimi, film bruttino di un regista comunque fichissimo. A Roma facciamo scalo. Un bambino con la faccia che sembra di cera scende dalla scaletta e vomita sotto il sole, mentre l'aereo fa il pieno. Poi risale, come se niente fosse, e va a sedersi vicino a suo padre che non si è accorto di nulla. Chissà se un giorno se lo sentirà rinfacciare.
Ripartiamo. Mi scendono alcune lacrime per vari motivi. Cerchiamo comunque sempre un paradiso. A volte lo troviamo. A volte ci facciamo semplicemente delle domande senza risposta, come nell'ultimo pezzo del disco dei Drums.


Grazie al Mucchio per questo spazio. A tutti voi in contatto.

AR

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