Campbell - Lanegan
Ballad Of The Broken Seas
V2/Edel
Pochi mesi dopo quella composta da Yann Tiersen e Shannon Wright, un’altra strana coppia arriva a portare quantomeno un pizzico di sana curiosità in un mercato discografico troppo votato al banale: se infatti, senza però scadere nell’assurdo, si fosse pensato a un connubio artistico possibile ma poco probabile, sarebbe stato difficile ipotizzarne uno più insolito di quello tra Isobel Campbell, candido angioletto già alla corte dei Belle And Sebastian, e Mark Lanegan, tenebroso alfiere di una canzone d’autore sostanzialmente ambigua ma per lo più tendente al luciferino. Il giorno e la notte, il sole (seppur velato da qualche nube malinconica) e la luna (piena, luminosa, da lupi mannari ma anche da romantiche passioni), il latte e il sangue, per un incontro che a ben vedere poteva consumarsi solo sul terreno di un folk inteso non tanto come “stile” comune - semmai come “intreccio di stili”: in fondo, tra i background dei due c’è di mezzo un oceano - quanto piuttosto come luogo dell’anima, sicuro rifugio, comodo giaciglio nel quale adagiarsi mollemente per dimenticare o solo alleviare dolori, affanni, tormenti.
Ecco, quindi, la Ballata di Isobel e Mark, composta quasi interamente dalla prima, ma marchiata a fuoco dalla voce bassa e pastosa del secondo: un gioco di opposti, ovviamente non inconciliabili, che seduce fin dalla Deus Ibi Est d’apertura, dove l’ex leader degli Screaming Trees scandisce il testo con toni quasi ieratici e l’Amorino gli risponde con ritornelli e armonie di sapore bucolico; e, poi, con il resto del programma, nel quale spiccano autentici duetti (splendido anche quello di The False Husband, mesmerica e “scura”) e brani dove le responsabilità dell’interpretazione cadono più (o solo) sull’uno o l’altra, fra atmosfere roots che strizzano l’occhio tanto al country quanto all’immaginario tradizionale anglo-scoto-irlandese e arrangiamenti che rimandano all’evocativo “sunshine pop” dei tardi Sixties. Comunque, un disco sincero e intenso, di quelli che possono far bene al cuore. E che di sicuro fanno bene alla Musica.
Federico Guglielmi
Recensione tratta dal Mucchio n.618
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