Virginiana Miller

Virginiana Miller

Fuochi fatui d’artifico
Radiofandango/Edel

Tre anni e oltre, tanto abbiamo dovuto attendere per un nuovo disco in studio dei Virginiana Miller, mentre intorno a noi la scena musicale cambiava gusti e dimensioni. Se “La verità sul tennis” faceva i conti con il tempo perduto, i rimpianti che divengono requiem definitivi, “Fuochi fatui d’artificio” accende - scusate - attenzione, immaginazione e rabbia andando su e giù per gli anni, incrociando citazioni poetiche e asciugando il più possibile la trama strumentale. Al servizio dello spaesamento contemporaneo, ovviamente.
C’è sempre la melodia, ma viene violentata di continuo. A una maggiore brillantezza dei suoni si accompagna la complessità dei contenuti. A un mondo che brucia in fretta si oppone la memoria (“Libertà”, dove inquietudine e alienazione di oggi approdano verso un ironia tanto tragica e poco comica), la storia (il petrolio che unisce Enrico Mattei all’epopea di Alessandro Magno, in “La sete delle anime”), la consapevolezza di uno scempio continuo (“Re Cocomero”), a cui la natura, in qualche modo, si associa (“L’onda”). Si arriva a un pop aspro, malinconico a volte, maturo, che ingloba la wave e un modo impressionistico, quasi lacerante, di usare gli strumenti, siano chitarre (Antonio Bardi e Marco Casini), tastiere ed effettistica varia (Giulio Pomponi), o una macchina ritmica che non mostra mai cedimenti (Valerio Griselli, batteria, e Daniele Catalucci, basso). La voce e le parole di Simone Lenzi, poi, vagano fra tensione narrativa, lirica (il fantasma di “Dispetto”), e lo sconforto contemporaneo con un’eleganza che rimane riconoscibile e forte, dopo tanti anni - quindici , per l’esattezza - di avventure con la band. Così, “Fuochi fatui d’artificio” appare come uno dei dischi più importanti di quest’anno, senza dubbio. Inventivo, coraggioso, anche divertito nel suo rapporto con miti giovanili che si sgretolano facendo un discreto rumore: mostra che il rock, in Italia, si può sposare alla letteratura senza più l’ombra di un complesso di inferiorità.

John Vignola

Recensione tratta dal Mucchio 627 (ottobre 2006)


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