Pippo Pollina

Pippo Pollina

Un tour che toccherà tutta la penisola e un disco che festeggia i venticinque anni di carriera (ri)scoprendo nuovi “modi di dire” in un tripudio di archi ed ottoni.

Genova, 3 Ottobre

Meno di un anno dall’album Caffè Caflisch e la sua desueta tracklist bilingue, firmata a quattro mani con il cantautore svizzero Linard Bardill, ed eccolo tornare sui palchi, Pippo Pollina, con un pugno di nuove storie da raccontare; o forse semplicemente un nuovo, bellissimo modo di raccontarcele. Il piccolo teatro Archivolto di Genova è la prima delle numerose tappe che l’artista siciliano, da anni residente in terre d’oltralpe, ha programmato in occasione della pubblicazione di Fra Due Isole: sedici episodi eseguiti dal vivo, sul palco della Volkshaus di Zurigo, splendidamente avvolto da un’intera orchestra sinfonica. Questo, infatti, ci aspetta oltre le tende damascate: un pianoforte a coda, una chitarra acustica e quasi settanta sedie tutte intorno. Una bella impressione, non c’è che dire.
Già dall’inizio, riservato ad una dolce e maestosa Ouverture, è evidente che la serata si rivelerà diversa e speciale; in particolar modo per chi non è avvezzo ai concerti di musica classica: vedersi “assalito” da una tale mole di suoni che si rincorrono, lascia alla sorpresa iniziale un fascino inaspettato. E’ solo con il secondo pezzo in scaletta, Leo, che Pollina guadagna il palco e si mette dietro al pianoforte. Sarà che, in fondo, gran parte delle canzoni hanno in partenza un certo afflato orchestrale – spesso assecondato di fatto nell’arrangiamento in studio – ma non si avverte alcuna forzatura: emerge piuttosto un quadro d’insieme nel quale riesce arduo ricordarsi cosa c’era prima, sotto il “vestito nuovo” cucito dall’orchestra. E così succede che pare impossibile pensare ad una Marrakesh più bella di come è stata proposta durante il set genovese, introdotta dall’autore che si fa anche magnetico narratore di storie (vere) di thè caldo e deserto bollente; succede che vorresti durasse ancora un altro pò, quella Due Di Due che allo slancio vertiginoso degli archi somma una voce così traboccante di nostalgia e ricordi quasi fosse ad un passo dalle lacrime; si avvera – ed enormemente amplifica – la magia di Canzone Quarta, poesia di una Sicilia triste, di una tristezza nobile e dolce, che pare non poter esistere più se non nel lamento di un clarinetto obliquo e di una chitarra che cresce fino a scoppiare d’amore. E’ un canzoniere, quello del cantautore palermitano, capace di smuovere l’animo con il roboante crescendo della Denuncia (Signore Da Qui Si Domina La Valle) e di piegarsi felicemente al tango polveroso di una piccola storia notturna (Il Pianista Di Montevideo), fino ad inseguire gli accenti della Nueva Canciòn Cilena con Il Giorno Del Falco, dedicata a Victor Jara, vittima indimenticata della dittatura di Pinochet. E’ parola duttile che ai ricami orientaleggianti di Sambadiò – riarrangiata splendidamente dal maestro Massimiliano Matesic ed eseguita altrettanto splendidamente dai giovani orchestrali del conservatorio di Zurigo – abbina quelli scabri e magnetici di Tammurra E Vuci. L’ennesima conferma per un talento (in Italia) ancora troppo poco noto.

Carlo Babando





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