Linea 77
Dalla Torino che ha dato i natali al gruppo alla Los Angeles dove è stato registrato il suo recente, quarto album “Available For Propaganda”: ecco l’ultimo atto, per ora, della bella storia della più acclamata formazione crossover di casa nostra. Ne abbiamo parlato con Dade, che dei Linea 77 è il bassista.
Se anche voi avete avuto un sogno californiano, e finalmente l’avete realizzato; come siete finiti a incidere ai Paramount Studios e a lavorare con mostri sacri del calibro di Dave Dominguez e Dave Collins?
Avremmo dovuto collaborare con loro già per “Numb”, l’album precedente, ma il tutto saltò due settimane prima della data prevista per le session. Questo ci fece incazzare non poco sia con Dominguez, sia con la Earache, che aveva gestito la cosa abbastanza male. Siamo comunque riusciti a fare l’album a Senigallia, e dopo circa un anno dall’uscita di “Numb”, cioè più o meno quando abbiamo iniziato a comporre i pezzi di “Available For Propaganda”, Dave si è rifatto vivo, scusandosi per come fossero andate le cose, aggiungendo che i suoi problemi personali erano ormai risolti e il suo desiderio di seguirci in studio inalterato. Anche per noi il discorso poteva essere riaperto, visto che i suoi lavori precedenti ci piacevano molto e soprattutto ci allettava l’idea di andare a registrare in California, così come ci è sempre piaciuto tutto il resto del mondo quando l’abbiamo visitato. Siamo andati ed è stata una bellissima esperienza, cominciata quasi per caso, per una serie di contatti andati a finire bene nel momento giusto e inaspettatamente recuperati in un secondo momento.
Questa produzione, che mi è parsa impeccabile, ha reso il vostro sound decisamente più americano, soprattutto per quanto riguarda le chitarre.
Sì, e non dico che fosse un effetto del tutto premeditato, ma ad esempio molte canzoni sono state pensate e composte per due chitarre fin da subito, il che relega il basso a una pura funzione percussiva e di frequenze. Ci siamo concentrati più sulle chitarre perché erano qualcosa che in “Numb” avevamo un po’ perso e ci mancava... e questo, unito ai nostri ascolti dell’ultimo anno che sono stati un po’ più chitarristici, ha portato alla scrittura di queste dodici canzoni, che sono finite tutte sull’album: non ci sono outtake. Dave ci ha poi instradato verso alcune soluzioni che non avevamo pensato, come l’uso di amplificatori e chitarre vintage allo scopo di ottenere un suono meno graffiante, meno metal e più caldo.
Allo stesso tempo, però, mi sembra che abbiate voluto ribadire le vostre radici hardcore nella velocità e nella durezza di molti brani.
Solo verso la fine del disco ci siamo accorti che in effetti i tempi erano molto tirati, meno crossover e più hardcore del previsto. Non c’è un vero motivo alla base di questo, è avvenuto tutto spontaneamente. Facciamo molta fatica a tenerci, e questo vale soprattutto per il nostro batterista che spinge come un animale (ride), e alla fine a forza di andare avanti ci si rende conto che la canzone è assai veloce. È comunque una soluzione ritmica in cui ci siamo trovati bene e che ci piace.
Rispetto agli altri dischi, che contenevano episodi scherzosi o comunque variazioni di un qualche genere, “Available For Propaganda” è più “serio”, cupo e impegnato: sopraggiunta maturità o particolare mood in sede di scrittura?
Sicuramente un’unione di entrambe le cose: essendo più maturi, siamo riusciti ad avere un approccio più spontaneo, tornando un po’ indietro rispetto a “Numb”, senza perdersi in divagazioni strumentali ed eliminando tutti i fronzoli dagli arrangiamenti. Abbiamo cercato di scrivere pezzi con strofe e ritornelli, che avessero un’impronta melodica ma che al contempo fossero rabbiose per via dei riff di chitarra e dei ritmi di batteria. Ne siamo tutti molto contenti, perché questo disco rappresenta qualcosa che nei Linea 77 stava iniziando a mancare: i primi album erano fin troppo rabbiosi, colmi di irruenza giovanile, mentre “Numb” era decisamente cerebrale. Qui eravamo tutti piuttosto rilassati e reduci da un lungo tour, e abbiamo fatto confluire tutte le energie in un’unica via arrivando dritti al punto.
I vostri testi generalmente si basano sull’effetto, ma in “A.D.H.D.” scorgo un tentativo di portare avanti un discorso di denuncia sociale alla System Of A Down. Com’è nato questo episodio? Pensate di battere ancora questa strada in futuro?
Ai tempi di “Numb” avevamo letto un articolo sul Ritalin e l’uso che se ne faceva, e la cosa ci aveva decisamente scioccato: è assurdo che una civiltà come quella americana riesca ad ammettere comportamenti così palesemente illiberali. Nella stesura originaria il ritornello diceva esplicitamente “Ritalin for everyone”, poi l’etichetta ci ha chiesto di cambiarlo per evitare possibili ritorsioni legali. Per il futuro non ci poniamo limiti: se ci verrà lo faremo, non avendo mai avuto tabù, pur avendo sempre parlato a livello personale senza schierarci con fazioni politiche o lottare in nome di qualcun altro.
“Lost In A Videogame” usa una serie di metafore videoludiche. Da trentenni, avete una nostalgia per i videogiochi di un tempo dove si badava più al contenuto che alla grafica?
L’hai detto! Siamo tutti degli ex “tossici” di Arcade, che ci siamo conosciuti alla sala giochi di Venaria ancor prima che a scuola. Ci è venuto quindi assolutamente naturale, da patiti dei videogiochi di ogni genere, utilizzare questo genere di linguaggio per una canzone che sul piano ritmico, con la cassa fissa a 120 bpm e un ritornello quasi house, si discosta abbastanza dai nostri standard.
La scelta di “Evoluzione” come primo singolo è il culmine di una crescente attenzione all’Italia, dove con “Numb” avete finalmente fatto breccia nei cuori delle masse, specie adolescenti. Una soddisfazione tardiva, ma immagino grande.
Lo è e non lo nascondo! I Linea 77 sono sempre stati trattati come band più conosciuta all’estero che in Italia, dove il pubblico ha deciso di abbracciarci solo dopo che ciò è avvenuto in altri Paesi europei: piuttosto paradossale, ma qualcuno disse che nessuno è profeta in patria. Originariamente, il primo singolo sarebbe dovuto essere “Inno all’Odio”, poi nei quattro mesi dalla fine dell’album alla sua uscita abbiamo deciso di cambiare, semplicemente perché “Evoluzione” ci piaceva di più.
In Italia è piuttosto evidente che sono le canzoni in lingua madre a riscuotere maggior successo.
A livello di massa non c’è dubbio, e lo notiamo anche con i vecchi album dove i pezzi trainanti sono stati prima “Moka”, che però non avendo un video non è mai passato sul circuito televisivo, poi “Fantasma” che ha sfondato delle porte non ancora aperte, infine “66” con i Subsonica che lo ha fatto ancora di più. Tuttavia, i primi commenti che stiamo leggendo sul forum e sul guestbook del nostro sito sono positivi anche per i pezzi in inglese, e questo ci fa molto piacere. Sicuramente uno o due video di tracce anglofone dell’album verranno diffusi anche sul territorio nazionale.
Come riuscite a gestire il vostro bilinguismo?
Non decidiamo quanto in un album sia in italiano e quanto in inglese, viene automatico. Generalmente scriviamo prima la musica tutti insieme, poi i due vocalist ci cantano sopra qualcosa di improvvisato e senza lingua, il famoso “awanagana”, e poi decidono di scrivere il testo, in genere non nella lingua in cui a me sarebbe venuto naturale! È anche capitato più volte che l’uno volesse cantare un pezzo in italiano e l’altro in inglese, ci si sono anche scornati, ma fortunatamente, avendo un ottimo feeling innanzitutto umano, alla fine riescono sempre a mettersi d’accordo. Lo studio a priori non c’è mai stato. Non ti nascondo che ci piacerebbe scrivere un disco completamente in italiano; la Earache non sarebbe un grosso problema, forse sarebbe anche più contenta, e comunque non siamo molto soddisfatti perché non ci sta supportando come vorremmo. Visto che per l’estero con “Numb” è stato fatto un pessimo lavoro, stiamo bramando di sentirci liberi, dopo anni e anni di contratti, di decidere cosa fare dall’inizio alla fine.
L’idea sarebbe, come di recente gli Afterhours, un disco in italiano e uno in inglese con due etichette e due distribuzioni diverse?
Esattamente, è qualcosa che abbiamo sempre desiderato.
Come vengono accolti, all’estero, i vostri brani in italiano? Sono regolarmente presenti in scaletta?
Sì, li eseguiamo sempre, e anche se in apparenza potrebbe sembrare controproducente non lo è, in quanto ci differenzia da tutti i gruppi esteri simili. Ovviamente il pubblico non capisce nulla di quello che diciamo, ma apprezza quel fascino mediterraneo che all’estero, soprattutto in Inghilterra, costituisce sempre una suggestione piuttosto forte.
Ora che avete suonato con i Korn e avete registrato un disco che suona molto “americano”, sferrerete l’assalto definitivo al mercato d’oltreoceano?
Ci piacerebbe: abbiamo fame di fare, suonare, andare in giro, vedere posti, anche davanti a cinque persone, non ce ne frega niente, l’abbiamo fatto in Italia e tanto più lo faremmo in America. Però è molto difficile, perché è un mercato molto chiuso ed elitario, e lo è anche per gli americani stessi, figuriamoci per noi. Ci vuole anche molta fortuna: un esempio di successo è quello dei Settlefish, che riescono a fare dei bei tour da quelle parti perché sono riusciti a infiltrarsi egregiamente in una nicchia. Comunque sia, tutti ci dicono sempre che la nostra vocazione primaria è quella live: ritrovarsi un Jonathan Davis a fianco del palco che mentre suoniamo balla e chiede chi siamo è stata sia una soddisfazione che un qualcosa che ci fa riflettere sul fatto che le carte in regola le abbiamo, bisogna solo capire come sedersi ai tavoli giusti.
Fabio Cagnetti
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