Miracle Mile

Miracle Mile

Fuori dal tempo ma tutt’altro che fuori tempo, la musica del duo inglese è un perfetto esempio di pop curatissimo e ricco di sfumature, intenso e insieme raffinato. E, soprattutto, senza date di scadenza, visto come non sia legato ad alcuna delle mode musicali del momento (destinate per definizione ad avere vita breve), ma punti direttamente al sodo, ovvero alla qualità delle canzoni, delle storie che raccontano e delle emozioni che trasmettono. Ce ne parla il cantante e compositore della coppia, Trevor Jones, in occasione dell’uscita dell’eccellente “Glow”.


“Glow” è il sesto album dei Miracle Mile. Cosa è cambiato nella sua realizzazione rispetto ai predecessori?
Da un punto di vista strettamente tecnico, direi nulla. Lo studio di registrazione è lo stesso in cui abbiamo realizzato anche i due dischi precedenti, e pure il metodo di lavoro è più o meno sempre uguale: io scrivo le canzoni, e poi le porto in studio, dove Marcus (Cliffe, NdI) le rifinisce e, in mia assenza, si occupa degli arrangiamenti. Col passare del tempo, siamo riusciti a inquadrare bene il suono che ci piace, e con “Glow” abbiamo cercato di esplorarlo al meglio, specie per quanto riguarda strumenti come i fiati e la pedal-steel, perché troviamo che aggiungano al tutto colori nuovi. Rispetto al passato, forse siamo più determinati nelle scelte da fare, nelle strade da percorrere.

Al momento della scrittura, hai già un’idea abbastanza definita di come la canzone verrà arrangiata?
Dipende dalla canzone stessa, dal tipo di atmosfere che vuole creare. Se il sentimento è dimesso, aggiungervi una grande sezione archi non farebbe che creare uno squilibrio. Quindi, qualsiasi decisione si prenda, deve essere coerente con il mood del pezzo. In questo io e Marcus ci troviamo a meraviglia, visto che ormai ci capiamo al volo, e l’attenzione che lui ha per le parole è pari alla mia. Poi, per fortuna, grazie alle nuove tecnologie è facilissimo fare esperimenti, aggiungere e togliere suoni e campionamenti, fino a quando non si trova la soluzione migliore. Il rischio è sempre quello di aggiungere troppi elementi, troppi colori, quando tante volte lo schizzo iniziale rimane il migliore.

Insomma, tante volte si tratta di sapere quando fermarsi. Collaborando ormai da anni, immagino che con Marcus vi troviate quasi sempre d’accordo sull’argomento.
Direi proprio di sì. Dei due, lui è il più tecnico, e quando si arriva a parlare di questioni pratiche mi fido ciecamente di lui. La nostra collaborazione è così efficace proprio perché siamo complementari – tant’è che mi piace definirci come “il gobbo e lo scienziato”, se capisci cosa intendo dire. Fondamentalmente, io lavoro sul cuore delle canzoni, sulla melodia, e lui fa il resto. Questo fa sì che ognuno di noi abbia un compito preciso, e non ci si pesti i piedi a vicenda. La prima volta che abbiamo collaborato è stato per il terzo disco dei Miracle Mile, “Slow Fade”: all’inizio lo avevo chiamato in veste di bassista, poi è diventato co-produttore e, quando il nucleo di musicisti con cui suonavo si è dissolto, siamo rimasti solo io e lui. La nostra è una partnership che si basa soprattutto sull’amicizia, cementata dal fatto che veniamo entrambi dalla stessa regione, e per molti versi il nostro background è simile.

Quindi non ti manca avere al tuo fianco una band “vera”?
I primi due dischi erano basati sul suono che avevamo dal vivo; pertanto, dal punto di vista degli arrangiamenti, dipendevo completamente dal resto del gruppo. Ora, invece, ho un maggiore controllo, e di conseguenza ho a disposizione un ventaglio di soluzioni molto più ampio di prima. Il che non significa che ci precludiamo a priori la collaborazione di musicisti esterni – il cui contributo è invece sempre importante e stimolante – ma alla fine la direzione la diamo sempre Marcus e io.

Musicalmente parlando, ti senti parte di una particolare tradizione “adult pop”?
Una domanda interessante, e che per qualche strano motivo mi viene rivolta soprattutto dalla stampa italiana (ride, NdI). Forse perché da voi c’è una forte tradizione melodica… Il punto è che molte delle band con cui sono cresciuto, dai Blue Nile ai Prefab Sprout agli Aztec Camera, avevano in comune non soltanto determinate sonorità, ma anche e soprattutto la voglia di raccontare storie. Questa è la cosa che più di tutte mi ha influenzato. Il mio modo di scrivere canzoni non è modellato solo sul mio passato, ma anche sulla musica che ho amato di più – non rock vero e proprio, ma artisti che davano una grande importanza ai testi. Del resto, si sa, tutti tendiamo a emulare quelli che erano i nostri idoli di gioventù, nello specifico i vari Tom Waits, Bruce Springsteen, Joni Mitchell, in una certa misura anche Bob Dylan. Quindi, per tornare alla tua domanda iniziale, la risposta è senz’altro sì, mi sento parte di una tradizione che parte con le ballate della tradizione folk inglese e arriva ai giorni nostri.

Toglimi una curiosità: che cosa stai ascoltando in questo periodo?
Recentemente ho comprato un iPod, su cui ho riversato molti dei miei vecchi dischi, e mi diverto molto ad ascoltarli in riproduzione casuale. In particolare, sto sentendo tantissimo “Blue” di Joni Mitchell, un album senza tempo. Tra le cose più nuove, invece, adoro Sufjan Stevens, sia come musicista che come autore di testi, e mi piacciono molto anche gli Strays Don’t Sleep, Josh Rouse, Iron And Wine e gli ultimi lavori di Ry Cooder e Sigur Rós.

Aurelio Pasini





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