Mario Rossi
Tre io
Neo, pp 138, euro 13
Due notazioni di colore prima di parlare del libro in sé. Innanzitutto l’autore è rigorosamente anonimo, Mario Rossi il più classico degli pseudonimi italici. Secondo: i tre personaggi di "Tre io" parlano in prima persona, come in un flusso di coscienza ininterrotto, e per distinguere i tre personaggi senza gli interventi di un narratore esterno si è fatto ricorso a tre colori diversi.
La storia ci racconta di Dante, Giulia e Andrea. Dante vomita il suo disagio parossistico verso una società che odia in tutte le sue sfumature (e quindi passa la notte a ubriacarsi). Giulia è una brava moglie stanca del suo ruolo: per una notte ha voglia di trasgressione e libertà (e quindi va in discoteca). Andrea, operaio, è il ritratto del classico belloccio con poco cervello, in cerca di avventure (e quindi va in discoteca). In una notte come tante le loro esistenze verranno a contatto.
La giovane casa editrice Neo fa della sperimentazione letteraria e della voglia di abbattere regole e convenzioni il proprio manifesto. L’operazione E morirono tutti felici e contenti, rivisitazione grottesca delle fiabe più popolari, si è rivelata in questo senso vincente. Non si può dire lo stesso per Tre io: a parte la discutibile trovata tardo-futurista di usare tinte diverse per ciascun personaggio, quello che non convince è la piattezza psicologica di Dante, Giulia e Andrea. I tre entrano in uno stereotipo alla prima apparizione e lì ci restano, senza sobbalzi, scatti di umanità di qualsiasi tipo, che sia malvagia o di segno opposto. Nascono e finiscono monodimensionali, e schiacciati sotto l’idea di cui si fanno portatori vanno incontro al destino che l’autore gli ha riservato. Autore che dimostra di conoscere regole e lessico per confezionare una storia, ma che spesso cade nella trappola della scolastica, della maniera. "Tre io" strizza l’occhio a un gusto da b-movie, non a caso viene citato Tarantino, e il finale non figurerebbe male in uno splatter. Se l’intento, come da intenzione degli autori, era di costruire una storia che si “conficcasse come un pugnale nell’attuale panorama editoriale italiano”, il bersaglio sembra ben lontano.
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