Ramona Cordova
Dietro “The Boy Who Floated Freely” ci sono due belle storie che si intrecciano: la prima, quella narrata nell’album, parla di un ragazzo che naufraga su un’isola dove incontra una gitana che tramite una pozione magica lo fa innamorare di lei, per poi abbandonarlo e lasciarlo sì solo, ma libero e nuovamente arbitro del proprio destino. La seconda è la vicenda artistica di questo ragazzo (Ramona è in realtà un Ramòn) poco più che ventenne nativo dell’Arizona, il cui esordio - per pubblicare il quale l’amico Dave Conway fondò appositamente, l’anno scorso, l’etichetta ECA Records - è diventato un “caso” prima oltreoceano e poi in Europa. Dopo avere stregato la Francia, grazie a un tam-tam mediatico sorretto da Myspace, è ora la volta dell’Italia, dove l’album è stato edito dalla Sleeping Star/Goodfellas. Siamo certi conquisterà il cuore di molti ascoltatori.
Ramòn Vicente Alarcòn è un ragazzo giovane, minuto, i cui tratti somatici rivelano con chiarezza origini multietniche (il padre è ispano-portoricano, la madre originaria delle Filippine e di Haiti): la prima domanda che gli poniamo non può che riguardare il nome d’arte con annesso cambio di genere, allorché ci viene spiegato che sua nonna si chiamava Ramona Cordova e Ramòn fu battezzato così in ossequio all’antenata. “Mia nonna”, aggiunge, “l’unica nonna che ho conosciuto, è stata ed è tuttora una persona molto importante per me, a tal punto che ho deciso di renderle omaggio portando il suo nome.” Riguardo le basi della sua formazione artistica, il ventiduenne americano ritiene che “il processo di maturazione di un artista comporta il prendere ispirazione dalle esperienze di vita, e in particolare per me sono quelle dei primi anni ad avere avuto un ruolo-chiave. Ricordo alla perfezione le storie che mia madre era solita narrarmi, insieme ai vecchi film che mi faceva vedere, in buona parte cortometraggi animati e cose di Walt Disney.” La famiglia di Ramòn lo ha incoraggiato a sviluppare le sue sensibilità e ad intraprendere la carriera che egli sentiva più vicina al suo modo di essere, anche perché gli Alarcòn hanno sempre avuto un ottimo rapporto con la musica, visto che “tutti sapevano suonare almeno uno strumento; in particolare, mia madre si dedica da una vita al piano, e soprattutto avere ascoltato mio padre, chitarrista, così a lungo fin dall’infanzia, ha avuto una grande influenza su di me. Praticamente sono cresciuto all’ombra della sua chitarra, e quel suono mi è come penetrato dentro. I miei primi ascolti furono i dischi di mio padre, che comprendevano molta musica nera e jazz, ma soprattutto ero un grande fan di Elvis perché fin da bambino ho visto i suoi film in televisione ed ero affascinato dalla sua figura. Anni dopo, come credo un po’ tutti quelli che sono stati adolescenti nei Novanta, ero un fan di gruppi come Weezer, Pearl Jam, Nirvana e Smashing Pumpkins. Mi soffermavo soprattutto ad ascoltare le canzoni più semplici, in quanto ero in grado di capire come fossero state composte, di riconoscerne la struttura e i vari elementi, cosicché ho potuto sviluppare una tecnica compositiva autonoma. Ed è fondamentale iniziare prendendo come modello canzoni non troppo complicate, perché se cominci con Bob Dylan tutto quello che riuscirai a fare, se va bene, sarà scimmiottare Bob Dylan finendo per suonare come una sua brutta copia.” Per quanto riguarda le influenze ispaniche, Ramòn ci spiega che “Nonostante mio padre fosse spagnolo, nella mia famiglia la cultura ispanica non era fortemente radicata. Ma grazie al suo stile chitarristico è entrata nel mio bagaglio culturale in modo almeno inizialmente inconscio.”
Il giovane cantautore scrive pezzi propri dall’età di undici anni, ma “The Boy Who Floated Freely” è affare assai più recente, e per di più portato a termine a tempi di record: “Ho iniziato a lavorarci nel novembre 2004, e due mesi dopo avevo già concluso, grazie al mio computer, la registrazione del demo di quello che sarebbe diventato l’album vero e proprio, poi inciso a marzo 2005 nell’arco di due giorni. Avere avuto così poco tempo a disposizione - non certo una mia scelta - ha influito negativamente sul risultato finale: riascoltando l’album, non ne sono pienamente soddisfatto e ci sono alcune cose che cambierei.” La mezz’ora del disco racconta una storia suggestiva che rimanda a tradizioni fiabesche, ma per ammissione dell’autore è scevra da allegorie o significati nascosti, risolvendosi semplicemente in una favola. Stupisce quanto il testo sia coeso, tant’è vero che quando gli chiediamo se l’avesse composto prima della musica la risposta è “sono contento che dia quest’impressione di essere così coerente e scorrevole, visto che a volte l’ho scritto contemporaneamente alla musica, ma più spesso sono partito da frammenti suonati, cercando di far sì che le connessioni fra i pezzi fossero fluide. E, in questo, sono state determinanti sia le parole che la musica. Quando ho iniziato a scrivere non avevo idea della trama di quello che avrei finito per cantare, e se avessi dovuto musicare un testo preesistente ci avrei messo molto più di due mesi, perché spesso le parole mi sono venute da sole come sulle ali della musica.” E sulla particolare impostazione vocale dell’opera, ci viene spiegato che “prima di registrare queste canzoni, ho rivisto più volte film di animazione come “Biancaneve e i sette nani”, e per la voce narrante mi sono ispirato a quelle di tali pellicole, cercando di raggiungere un effetto simile. Per il resto, ho voluto usare diversi timbri per impersonare i vari personaggi della storia: quando è una donna o un fanciullo a parlare, la mia voce si adatta di conseguenza, mentre ci sono un paio di parti - le riflessioni del protagonista maschile - in cui canto con un tono più basso. Ho voluto giocare con l’interpretazione dei vari personaggi, piuttosto che - come qualcuno potrebbe pensare dall’esterno - con la mia identità personale e sessuale.”
Ramòn ci racconta di avere concepito l’album sin dall’inizio affinché fosse suonato da una band vera e propria, “anche se quando l’ho scritto non sapevo se sarebbe potuto accadere, era più un desiderio che altro. Ma suonare con un gruppo crea difficoltà logistiche non da poco: spesso ho aperto per altri artisti con un set per voce e chitarra, e in questi casi viaggiavo sul loro furgone, mentre girare dei musicisti propri significa doverne utilizzare uno da soli aumentando non di poco le spese. E in Europa suonare con una band mi riesce ancora più difficile, per ovvi motivi: è improbabile che qualcuno sia disposto a sostenere i costi di volo e albergo per cinque o sei persone, piuttosto che per me solo. Sul palco, con o senza band, preferisco gli ambienti intimi, piccoli club dove c’è più calore che in una grande venue e si può instaurare un rapporto di comunicazione, di empatia e di complicità fra me e il pubblico.” Non si sente un folksinger, “e se qualcuno ritiene lo sia non ne ho la consapevolezza. Ho iniziato a guardare con curiosità e interesse alla musica folk solo molto recentemente, ma tutto quello che trovo di folk nel mio stile è il cantare brani prevalentemente per chitarra acustica: se questo basta a definire un genere, vi appartengo. Ma penso che il folk, soprattutto quello tradizionale, sia altro.” I paragoni con artisti saliti alla ribalta negli ultimi anni, però, non mancano, anche se ci sentiamo di rigettare quelli con Antony: estetiche diverse, background diversi, obiettivi diversi, linguaggi diversi, personalità diverse. Più interessante, invece, può essere accostare Cordova all’altro personaggio simbolo di quell’area, ossia Devendra Banhart, con cui non mancano le affinità stilistiche, e non solo quelle, visto che anche il barbuto songwriter di “Rejoicing In The Hands”, “Nino Rojo” e “Cripple Crow” ha in repertorio pezzi in lingua spagnola. “Non sapevo che avesse cantato anche in spagnolo comunque posso rilevare somiglianze, specie da un punto di vista esterno, a livello di suono ed estetica, ma non mi spingerei a dire che facciamo la stessa cosa. Personalmente cerco di rendermi conto di quello che succede oggi in musica, soprattutto in quegli ambiti che penso più vicini a me, e cerco di ascoltare gli artisti che mi vengono consigliati, anche se non sempre si rivelano esperienze soddisfacenti.”
“The Boy Who Floated Freely” è un disco così particolare che è difficile immaginargli un seguito, e interpellato in materia il suo autore afferma che “ho già scritto alcune canzoni che mi convincono e mi piacciono molto così come sono. Sono interessanti perché cercano di esplorare nuovi territori, di creare sentimenti forti e lo fanno anche attraverso arrangiamenti ragionati. Il disco che ne verrà fuori, al contrario di quello che ho già pubblicato, sarà una raccolta di canzoni e non una storia che si dipana attraverso vari brani, e sarà espressione della mia voglia di sperimentare nuovi suoni e nuove soluzioni.” Parole così vibranti non possono che farci attendere con trepidazione il prossimo passo di questa originale new entry del panorama indie contemporaneo, con la legittima speranza di essere nuovamente sorpresi in positivo.
Fabio Cagnetti
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